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  1. di Stefano Caliciuri Le ricerche e le indagini scientifiche dovrebbero essere oggettive e super partes. Al di là di ogni pregiudizio o convinzione personale, i risultati dovrebbero rispecchiare l’andamento naturale degli eventi, senza alterazioni o tossicità esterne. Ma quando ad una stessa domanda si hanno risposte alternate e opposte, a chi credere? “La sigaretta elettronica induce al fumo?” è la domanda che da sempre caratterizza il mondo del vaping. Sino ad oggi i maggiori ricercatori sono propensi ad affermare che non esiste alcun un effetto passerella (gateway effect), ovvero che la sigaretta non è un veicolo verso il tabacco tradizionale. Ma se un collegamento esiste è esattamente l’opposto, cioé la sigaretta elettronica serve per smettere di fumare. Lo staff di ricerca del professor Mark Connor dell’Università di Leeds ha pubblicato ieri su Tobacco Control una ricerca condotta su circa 3mila adolescenti britannici da cui risulta “i giovani che usano sigarette elettroniche hanno una maggior probabilità di passare alle sigarette convenzionali“. Dopo un anno di osservazione, i ricercatori hanno notato che tra i ragazzi che avevano provato solo le sigarette elettroniche e mai quelle convenzionali, il 34% (118 su 343) aveva poi fumato almeno una volta nel corso dell’anno. Numeri che, dunque, dimostrarebbero l’effetto gateway della sigaretta elettronica. Posto che l’adolescenza è l’eta peggiore dell’esistenza umana, caratterizzata da picchi umorali e da voglia di trasgressione e di esperienze, una teoria dovrebbe prima di tutto essere dimostrata da fatti rilevanti e contestualizzati. Partendo da questo assunto il dato potrebbe dunque anche essere sottostimato e verrebbe da domandarsi come sia possibile che su oltre 3mila ragazzi “soltanto” il 10 per cento abbia provato una sigaretta. E come non tener conto dell’ “effetto accettazione nel gruppo”? Forse occorrerebbe un’altra ricerca che possa spiegare come un adolescente possa resistere alle tentazioni, dando così corso ad una catena di osservazioni e rilevamenti scientifici che si alimenta da sè. Ad ogni buon conto, è bene ricordare che prima dell'”eccezionale” scoperta di Connor avevano già parlato dell’argomento – smentendolo – anche il National Institute of Health degli Stati Uniti, la Fondazione Umberto Veronesi, il centro di prevenzione e controllo sanitario scozzese. Addirittura Polosa e Siegel intervennero per smentire uno studio fallace e manipolato. Tutto questo senza dimenticare che la teoria del gateway effect ha ricevuto nel 2016 l’ambitissimo Premio Ricerca Spazzatura consegnato dal Consiglio americano di scienza e salute. L'articolo Far sopravvivere una teoria serve a far vivere i ricercatori sembra essere il primo su Sigmagazine. Visualizza l'articolo completo su Sigmagazine
  2. di Stefano Caliciuri La psicosi attentati terroristici dilaga ormai in ogni angolo del globo. Basta un minimo campanello d’allarme per scatenare il panico generale. La scorsa notte è stato evacuato l’albergo Mercure Exeter Rougemont a Devon, in Cornovaglia, dopo che si è azionato l’allarme antincendio, costringendo gli ospiti ad allontanarsi dalla struttura e i vigili del fuoco ad intervenire isolando anche l’area adiacente. Nessun segno di sabotaggio, men che meno di fiamme: l’allarme è scattato a causa del vapore di una sigaretta elettronica utilizzata da un turista ospite della struttura alberghiera. Nessuna conseguenza per l’incauto vaper se non una strigliata da parte di tutti i presenti. L’episodio è utile per ricordare di fare attenzione ogni qualvolta si svapa all’interno di luoghi chiusi fruibili dal pubblico (non solo alberghi, ma anche treni, ristoranti, uffici). I sensori degli impianti anticendio sono molto sensibili anche ai vapori. E’ sempre bene chiedere ai responsabili della struttura in prima battuta se sia possibile utilizzare la sigaretta elettronica e, quindi, se i sensori sostengono il vaping. Una precauzione è non svapare direttamente sotto l’impianto. Ovviamente in caso di tiri da polmone prolungati e devices utilizzati con basse resistenze anche questi accorgimenti potrebbero risultare insufficienti. L'articolo Albergo evacuato per timore attentato ma era vapore di sigaretta elettronica sembra essere il primo su Sigmagazine. Visualizza l'articolo completo su Sigmagazine
  3. (tratto da Sigmagazine Bimestrale, luglio-agosto 2017) di Benedetto Della Vedova senatore, sottosegretario per gli Affari Esteri Decenni di militanza antiproibizionista mi hanno insegnato a guardare ai problemi legati al consumo di droga in modo laico, con senso di responsabilità per le conseguenze che le decisioni politiche comportano sulla vita dei cittadini – e non solo dei consumatori – e con una marcata diffidenza per l’effetto taumaturgico dei divieti. Rispetto al fumo non ho mai pensato che strategie proibizionistiche dal punto di vista giuridico o terroristiche dal punto di vista psicologico potessero sortire effetti miracolosi. Anche per le droghe legali, che, proprio a partire dal tabacco, ammazzano molto di più di quelle illegali, ho sempre pensato che occorresse partire da politiche miranti alla riduzione del danno. Non perché non ritenga auspicabile che nel giro di pochi anni gli 11,5 milioni di fumatori italiani smettano tutti di fumare o i 4 milioni di consumatori di cannabis abbandonino questa abitudine poco salutare, ma perché so che è sbagliato condizionare a un obiettivo manifestamente irrealizzabile un complesso di politiche di educazione e intervento sanitario, che devono invece porsi fini concretamente perseguibili e ragionevolmente raggiungibili, con le risorse – per definizione scarse – che sono a disposizione. Il Professor Veronesi, che non casualmente, partendo dai medesimi presupposti, era a favore della legalizzazione della cannabis, non si è stancato di ripetere fino agli ultimi giorni della sua vita che il vaping rappresenta in primo luogo una alternativa terapeutica per i tabagisti, cioè un modo per consentire l’assunzione di nicotina a tutti i fumatori – sono l’assoluta maggioranza – che non vogliono o non riescono a “smettere”, senza tutti i danni connessi alla combustione del tabacco. Anche le critiche circa i rischi del fumo elettronico – quali quelli adombrati dal Ministro Lorenzin in alcuni interventi parlamentari e rilanciati recentemente da una ricerca dell’Università di Bologna sull’esposizione ai vapori di ratti in laboratorio – vanno affrontati e discussi laicamente. È normale ed è doveroso che la ricerca si muova anche in questa direzione, ma è altrettanto doveroso che la valutazione dei decisori pubblici si basi su criteri di valutazione del rischio ragionevoli e che il giudizio sui rischi potenziali (e spesso solo ipotizzati) delle ecig sia comparato a quello sui danni accertati del fumo tradizionale. Nella stragrande maggioranza dei casi, infatti, chi fuma sigarette elettroniche è un fumatore o ex fumatore di sigarette e il rischio che va comparato è quello tra il consumo delle une e delle altre, non tra il consumo e il non consumo. E sulla base delle conoscenze disponibili, questo raffronto non lascia adito ad alcun dubbio su quale sia il rischio peggiore. Quando all’inizio di questo decennio hanno iniziato ad aprire in tutte le città e in molti piccoli centri centinaia di rivendite di sigarette elettroniche, pochi ebbero la consapevolezza che questo nuovo mercato e questi nuovi e “strani” prodotti potessero offrire il più grande contributo oggi disponibile in tutto il mondo per la riduzione dei danni da fumo. Da molti punti di vista, il primo a non rendersene conto fu proprio il legislatore che, a partire dal 2014, stabilì un’imposta di consumo monstre, pari al 58,5 per cento, non solo sui liquidi contenenti nicotina, ma anche sugli stessi dispositivi elettronici. Di lì iniziò un contenzioso, che ha già visto lo Stato soccombere una volta davanti alla Corte Costituzionale, che purtroppo è ancora lontano dalla conclusione e che vede tuttora questi prodotti assoggettati a un’imposta di consumo di circa 4,5 euro per 10ml di liquido da inalazione. Come ben sanno tutti gli operatori del settore, avendolo sperimentato sulla propria pelle, questa pressione fiscale zavorra in modo insopportabile il dinamismo di un mercato che è tornato a crescere in modo molto marcato, ma che rischia di vedere danneggiati proprio i produttori italiani e di essere inquinato da volumi crescenti di “sommerso”. Io penso che sarebbe auspicabile e anche possibile un diverso rapporto tra lo Stato e il mercato del vaping, tenendo presenti, a un tempo, esigenze di gettito, interesse allo sviluppo di un settore che, fin dai suoi inizi, aveva un connotato fortemente Made in Italy e obiettivi di politica sanitaria. Partiamo da questi ultimi. Nel 2016 l’Istituto superiore di sanità ha stimato circa due milioni di vaper, la maggioranza dei quali rimangono consumatori duali, cioè continuano anche a fumare tabacco, ma in misura inferiore. Circa un vaper su 5, invece, non fuma sigarette, sigari o pipa e si limita a svapare. È difficile stimare il risparmio finanziario legato alla minore incidenza delle patologie da fumo, derivante da questa modifica delle abitudini di consumo, ma si tratta di dati molto importanti, che andrebbero consolidati ed estesi, fino a raggiungere rapidamente il benchmark inglese dove i vaper sono 3 milioni e uno su due ha definitivamente abbandonato le “bionde”. Dal punto di vista del gettito, la “persecuzione fiscale” delle sigarette elettroniche non ha sortito alcun effetto: pochissimi milioni di euro, cinque nel 2015; non è ancora stimato il dato 2016, ma non penso sia di molto superiore. Dall’altra parte, gli 11,5 milioni di fumatori italiani garantiscono all’erario tra accise e Iva sui tabacchi lavorati circa 14 miliardi di euro l’anno. In una logica di medio-lungo periodo, si può immaginare che una parte del gettito legato oggi alle sigarette ricada sulle ecig, ma è necessario prima riuscire a diffondere la cultura del vaping come alternativa più virtuosa al fumo del tabacco, anche con forme di incentivo fiscale. Schiacciare le sigarette elettroniche per preservare il gettito da tabacchi lavorati nel medio lungo periodo è economicamente svantaggioso, anche perché danneggia lo sviluppo di un settore che potrebbe produrre non solo salute, ma reddito e posti di lavoro e quindi ulteriore gettito, in misura più significativa e continua di quanto avviene oggi. Ma per giungere a questo risultato, a una diversa “alleanza” tra lo Stato e il mondo del fumo elettronico è necessario che non solo si diffondano i dati, molto incoraggianti, degli effetti positivi che sul piano sanitario sono legati alla diffusione delle ecig. È necessario che divenga anche evidente, davvero pubblica e possibilmente pubblicizzata, la realtà economica di questo settore. Oggi disponiamo dei dati abbastanza precisi sul numero dei vaper e sulle loro abitudini di consumo, ma né l’opinione pubblica, né i decisori politici sanno molto di quante siano le imprese, i fatturati e gli addetti di questo mercato in Italia. Mosè Giacomello (presidente Vapitaly) e Carmelo Palma (direttore Strade)Questo fu evidente quando nell’ottobre scorso la rivista Strade in collaborazione con Vapitaly organizzò a Roma un workshop con una dozzina di parlamentari nazionali, molto interessati allo sviluppo del settore, ma del tutto privi di conoscenze e di riferimenti sulla sua complessiva dimensione economica. È comprensibile che gli operatori, sentendosi minacciati da un fisco avverso, pensino che sia meglio stare “coperti”. Ma alla lunga, come ho sostenuto intervenendo davanti a una platea di aziende nell’ultima edizione del Vapitaly a Verona, questa è una strategia controproducente. Attorno al vaping e alla sua tassazione si combatte una battaglia non solo lobbistica, ma culturale e di opinione che va affrontata a viso aperto. L'articolo (Ri)pensare una nuova alleanza tra Stato e vaping sembra essere il primo su Sigmagazine. Visualizza l'articolo completo su Sigmagazine
  4. di Stefano Caliciuri L’Italia è il Paese traino per il vaping europeo. Lo ha detto l’istituto Hexa research che ha analizzato il flusso di vendite e il tasso di crescita mondiale del comparto. Nel 2016 il mercato delle sigarette elettroniche ha generato un fatturato pari a 7,1 miliardi di dollari. Tre prodotti su quattro sono stati venduti in Europa o negli Stati Uniti. Mentre il Paese a stelle e strisce appare stabile, il continente europeo avrebbe invece ampi margini di crescita, trainato, dice l’istituto, dal Regno Unito ma soprattutto dall’Italia. L’Asia e il Pacifico contribuisce ad un 20 per cento del mercato globale. In questo spaccato terrestre è la Cine a far la parte del leone, seguita dall’India. Le sigarette elettroniche componibili (box, batterie esterne e atomizzatore) rappresentano il 57 per cento del mercato. Per la prima volta, dunque, non sono le cigalike e le sigarette elettroniche ricaricabili i prodotti maggiormente venduti. Se da un lato il consumatore è cresciuto e si evolve, dall’altro non è da sottovalutare la possibilità di personalizzare il proprio dispositivo di vaporizzazione. Oltretutto, in caso di guasto, è possibile sostituire soltanto la componente singola senza dover acquistare un’altra sigaretta elettronica.
 Sempre secondo Hexa Research, i principali venditori di echi mondiali sono due Big del tabacco: Altria Group e British American Tobacco. Se il trend verrà confermato, il mercato delle sigarette elettroniche potrebbe raggiungere un fatturato di 44 miliardi di dollari entro il 2014. L'articolo Sigarette elettroniche, mercato da 44 miliardi di dollari entro sette anni sembra essere il primo su Sigmagazine. Visualizza l'articolo completo su Sigmagazine
  5. di Stefano Caliciuri Si chiama “fenomeno roller coaster”, ovvero delle montagne russe. E’ quanto accade ad ogni nuovo settore o attività nelle prime fasi di esistenza. Ad un boom iniziale segue un periodo di crisi a cui segue un altro di ripresa. Il quarto step dovrebbe essere quello dell’assestamento. Il vaping non si è sottratto a questa regola. Dal 2011 ad oggi ha già attraversato le prime due fasi, ora è nel pieno della terza fase di sviluppo e ripresa. Mancando dati ufficiali forniti dalle varie e variegate associazioni di settore e di categoria, il trend può essere percepito osservando due aspetti: le persone che utilizzano una sigaretta elettronica e la presenza di negozi su strada. A dispetto di quanto si osservava un paio di anni fa, lungo le strade sono tornate a vedersi numerose persone con l’ecig in mano. Parallelamente, sono tornate ad essere altrettante numerose le nuove aperture di negozi specializzati. Basti pensare che una catena come Puff tra la metà di giugno e la fine di agosto ha in programma ventuno nuove aperture. In particolare, il simbolo dell’azienda guidata da Umberto Roccatti approderà a Madrid, Calolziocorte, Conegliano Veneto, Tivoli, Montagnana, Udine, Verona, Gazzaniga, Lamezia Terme, San Giovanni Lupatoto, Menfi, Mantova, Borgaro, Torino, Senigallia, Fabriano, Cividale del Friuli, Lodi, San Vito al Tagliamento, Belluno e Iseo. Aperture che attraversano l’intero stivale, oltre quella nella capitale spagnola. Nuove insegne su strada significa maggiore visibilità per l’intero settore, maggiore visibilità può voler dire maggiore considerazione anche da parte del legislatore e delle istituzioni. Il settore è dunque vivo e vegeto, in grado di sopravvivere nonostante gli sgambetti istituzionali e fiscali degli ultimi anni. Il vaping è ormai una abitudine consolidata. Senza dimenticare però che, prima di essere una moda, il principale obiettivo è far smettere le persone di fumare, è lo strumento di riduzione del rischio e del danno che ad oggi è riuscito ad ottenere i risultati più importanti. E come tale dovrebbe essere principalmente considerato anche e soprattutto dagli operatori di settore. L'articolo La sigaretta elettronica è top trend dell’estate 2017 sembra essere il primo su Sigmagazine. Visualizza l'articolo completo su Sigmagazine
  6. Tutti i numeri del vaping europeo

    tratto da Sigmagazine bimestrale, #3 Luglio-Agosto 2017 di Pierluigi Mennitti Da quando è diventata oggetto di larga diffusione, la sigaretta elettronica ha permesso a oltre 6 milioni di europei di smettere di fumare e a oltre 9 milioni di loro di ridurre il consumo di tabacco. È uno dei risultati, probabilmente il più eclatante, emerso alcuni anni fa dal più recente sondaggio europeo che incrociava i dati sull’utilizzo dell’ecigarette e quelli sulle abitudini dei fumatori. Si tratta dell’Eurobarometro 2014, i cui risultati sono alla base di un saggio di Konstantinos Farsalinos, ricercatore al centro cardiologico Onassis dell’Università di Patrasso, in Grecia, che focalizza la sua analisi sull’utilità della sigaretta elettronica come strumento per affrancarsi dalla dipendenza dal tabacco. Il contributo è contenuto nel libro Die E-Zigarette, curato dal professore di Francoforte Heino Stöver, un volume collettaneo pubblicato di recente in Germania. Dimenticate le suggestioni sullo svapo, le nuvole di vapore, il confronto sulla qualità dei liquidi o sulle ultime innovazioni tecnologiche dell’hardware. I numeri estrapolati da Farsalinos hanno un unico ma importantissimo obiettivo: dimostrare che la sigaretta elettronica è un valido strumento per avviare o portare a termine il processo d’addio al tabagismo e chiedere alla politica e al mondo dei media di abbandonare scetticismo e disinformazione e adoperarsi per la pubblicizzazione della sigaretta elettronica come terapia anti-fumo. Il concetto di fondo è quello della riduzione del rischio, legato alle patologie del consumo di tabacco, ancor più che di quello della nicotina. A livello europeo, l’utilizzo dell’ecig è stato analizzato dai ricercatori statistici solo a partire dal 2012. Nelle indagini sul consumo di tabacco, le inchieste estese all’utilizzo della sigaretta elettronica sono comparse dunque solo nell’Eurobarometro 2012, l’unico al quale si può fare riferimento per confrontare i dati del 2014. Il primo si riferiva ai consumatori di 27 paesi dell’Unione Europea, il secondo ne comprendeva 28, inglobando anche la Croazia: tempi pre-Brexit. Ma le indagini attraverso sondaggi a base scientifica sul fumo in Europa risalgono di fatto a un ventennio prima, quando l’Eurobarometro 1995 analizzò per la prima volta le abitudini dei fumatori negli allora 15 paesi membri dell’Ue, in vista delle politiche anti-fumo che negli anni successivi furono gradualmente introdotte in quasi tutti gli Stati dell’Unione. Uno sguardo al passato aiuta a capire da dove siamo partiti. Dal 1995 sono passati appena 22 anni ma per quel che riguarda le abitudini dei fumatori sembra trascorsa una vita intera. Allora l’Eurobarometro certificò che il 33,9% dei cittadini dei 15 Stati membri dell’Ue di età superiore ai 15 anni consumasse tabacco (una media di 16 sigarette al giorno) e che i fumatori più incalliti abitassero in Danimarca, Olanda, Grecia e Belgio: più Europa del Nord che Europa meridionale. Diciannove anni dopo, l’Eurobarometro 2014 ha fissato al 26% la quota dei fumatori nei 28 Paesi dell’Ue, inclusi dunque quelli dell’Est e del Sud-Est Europa nel frattempo entrati a far parte del club di Bruxelles. Sono otto punti percentuali in meno, che assumono ancora più valore se si tiene conto che nei Paesi di recente ingresso le campagne anti-fumo sono realtà recenti e nei primi anni del post-comunismo soprattutto le sigarette “made in Usa” sono state parte della nuova esperienza di Occidente e libertà. E proprio nel Nord Europa si è registrata la flessione più forte, tanto che nessuno dei Paesi nordeuropei in cima all’Eurobarometro 1995 si ritrova sul podio in quello del 2014, ora occupato da Grecia, Bulgaria e Croazia: insomma la roccaforte dei fumatori ha trovato il suo passaggio a Sudest. Ma la circostanza più interessante, incrociando i dati del 1995 e del 2014 con quelli del 2012, è che di quell’8% in meno di fumatori, il 2% è stato registrato negli ultimi due anni, dall’Eurobarometro 2012 all’Eurobarometro 2014, mentre nei precedenti 17 (dall’Eurobarometro 1995 all’Eurobarometro 2012) il calo era stato di 6 punti. La fascia di età in cui era stata registrata la riduzione più forte di fumatori nel 2014 era quella dei giovanissimi (tra i 15 e i 24 anni), per la prima volta al di sotto della media europea, quella più resistente alle politiche anti-fumo risultava la fascia fra i 40 e i 54 anni, seguita da quella fra i 25 e i 39. Un altro dato generale interessante, estrapolato dall’Eurobarometro 2014, era il 20% di fumatori che aveva dichiarato di aver provato a smettere nel corso dell’ultimo anno e il 41% negli ultimi anni. Tra questi, il 65% dichiarava di aver tentato di abbandonare il fumo senza l’ausilio di alcun mezzo, puntando solo sulla propria forza di volontà, il 12% di aver adottato trattamenti sostitutivi con prodotti a base di nicotina, il 10% di aver provato le sigarette elettroniche, il 55 di essersi affidato al supporto di medici. Dal rapporto 2012 l’Eurobarometro ha quindi iniziato a monitorare l’utilizzo delle sigarette elettroniche nell’ambito delle sue indagini sul consumo di tabacco e sui metodi di affrancamento. E già 5 anni fa 7 europei su 10 conoscevano l’esistenza del nuovo prodotto elettronico. Il 20,3% dei fumatori, il 4,4 degli ex fumatori e l’1,1% dei non fumatori aveva dichiarato di aver provato almeno una volta a svapare. Fino al 2012, oltre 29 milioni di europei oltre i 15 anni avevano utilizzato almeno una volta una sigaretta elettronica e 2 milioni (il 9%) dichiarava di utilizzarla ancora regolarmente. Confermato il forte legame tra utilizzatori si sigarette elettroniche e fumatori, una forte incidenza sul consumo aveva il giudizio sul danno alla salute che anche lo svapo potrebbe comportare. Meglio, la percezione del danno, dal momento che le informazioni di natura sanitaria sull’argomento erano (e sono ancora oggi nonostante la diffusione nel frattempo di studi che quantomeno certificano la minore dannosità rispetto al fumo) condizionate, quando non distorte, da una pubblicistica nel migliore dei casi superficiale. L’Eurobarometro 2012 rilevava dunque che tra i fumatori, il 40% considerava la ecig ugualmente dannosa e il 28,5% meno dannosa rispetto alla sigaretta tradizionale, mentre il 31% non aveva un’opinione netta. Che tra coloro che consideravano lo svapo ugualmente dannoso rispetto al fumo, le resistenze all’utilizzo del nuovo strumento erano molto forti, ma anche che i più giovani erano i più propensi a tentare un cambio di abitudini. L’Eurobarometro 2014 ha approfondito la prima indagine del 2012, aggiungendo nel questionario fornito ai cittadini Ue interpellati una domanda centrale: “L’utilizzo della sigaretta elettronica vi ha aiutato a ridurre il consumo di sigarette o a smettere completamente di fumare?”. Con una ulteriore domanda a corredo: “Quale strumento avete utilizzato per primo?”, quesito fondamentale per valutare anche un’altra polemica che coinvolge il vaping, quella di possibile porta d’ingresso al fumo per chi finora era rimasto estraneo alla dipendenza. Il primo risultato da evidenziare è che nel 2014 48 milioni e mezzo di europei avevano dichiarato di aver provato almeno una volta una sigaretta elettronica: un balzo di poco meno di 20 milioni, rispetto agli oltre 29 registrati dall’Eurobarometro 2012. Il secondo dato importante è che il 90% di essi era costituito da ex o attuali fumatori. “L’aumento degli utilizzatori di e-cig in due anni è stato riscontrabile in ogni settore”, scrive Konstantinos Farsalinos, sottolineando come nel 2014 il 31,1% dei fumatori, il 10,8 degli ex fumatori e il 2,3% dei non fumatori aveva dichiarato di aver provato almeno una volta a svapare. Rispetto al 2012, rispettivamente, +11,2%, +6,4% e +1,2%. Come informazioni ulteriori, per capire meglio il mondo di coloro che approdano al vaping per sfuggire allo smoking, c’è da registrare che il 76% degli utilizzatori europei di ecig (in numeri assoluti 37,3 milioni, la grande maggioranza del mercato) dichiara di usare liquidi contenenti nicotina. Infine i numeri del rapporto ufficiale Ue decisivi per la ricerca di Farsalinos, riportati a inizio di questo articolo: il 14% di coloro che avevano dichiarato di aver utilizzato la sigaretta elettronica almeno una volta (6,1 milioni) erano riusciti ad affrancarsi dal fumo, il 21,2% (9,2 milioni) affermava di aver ridotto il consumo di sigarette. I sondaggi di Bruxelles dimostrano soprattutto una serie di assunti divenuti il cavallo di battaglia di quella comunità scientifica che si è schierata a favore di una maggiore pubblicizzazione della sigaretta elettronica come strumento più efficacie per affrancarsi dal tabagismo o diminuirne gli effetti nocivi sulla salute, nel quadro del concetto di riduzione del rischio. Le ecig vengono utilizzate prevalentemente da chi è consumatore di tabacco, sigarette, sigari o pipe, o da chi lo è stato ed è riuscito ad affrancarsi in parte o del tutto dal fumo. L’utilizzo da parte di chi non ha mai fumato è invece molto ridotto, confinato in particolare a curiosi e ancor più raramente porta a un consumo di liquidi contenenti nicotina. “La sigaretta elettronica viene utilizzata raramente come prodotto di ingresso nel mondo del vaping o successivamente del fumo, al contrario ha aiutato milioni di europei ad abbandonare il tabacco o a ridurne il consumo”, sono le conclusioni del saggio di Farsalinos. L'articolo Tutti i numeri del vaping europeo sembra essere il primo su Sigmagazine. Visualizza l'articolo completo su Sigmagazine
  7. di Stefano Caliciuri Su proposta del Ministro dell’economia e delle finanze Pier Carlo Padoan, il Consiglio dei ministri ha avviato la procedura per il conferimento dell’incarico di direttore dell’Agenzia delle dogane e dei monopoli a Giovanni Kessler. Magistrato, classe 1956, Kessler si è occupato in particolare di lotta alla corruzione, alla criminalità organizzata e transnazionale, con particolare attenzione all’Europa centro-orientale. È stato pubblico ministero dal 1985 al 2001, deputato dal 2001 al 2006, Alto Commissario per la lotta alla contraffazione dal 2006 al 2008 e presidente del Consiglio della Provincia autonoma di Trento dal 2008 al 2011. Dal 2011 dirige L’Olaf, l’ufficio europeo per la lotta antifrode. Giovanni Kessler è figlio di Bruno Kessler, politico della Democrazia Cristiana già presidente della provincia autonoma di Trento. È sposato con Daria de Pretis, giudice della Corte Costituzionale. Kessler prenderà il posto di Giuseppe Peleggi alla guida dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli dal 2008. L'articolo Agenzia Dogane e Monopoli: via Peleggi, arriva Giovanni Kessler sembra essere il primo su Sigmagazine. Visualizza l'articolo completo su Sigmagazine
  8. di Stefano Caliciuri Nuova importante ricerca a dimostrazione dell’enorme potenzialità della sigaretta elettronica come strumento di riduzione del danno. L’Università scozzese di Saint Andrews, attraverso lo staff di ricerca coordinato dal professor Stephens, ha studiato le emissioni sprigionate dai vapori dell’ecig e dal fumo tradizionale abbinandole alla possibilità per il consumatore di sviluppare il cancro. Per far questo, lo staff ha utilizzato un modello di analisi assai diffuso in ambito accademico: i risultati sono stati misurati a partire da un consumo a lungo termine per un totale di 30 litri di eliquids utilizzato con aspirazione diretta (i cosiddetti tiri di polmone) e 15 sigarette tradizionali al giorno. Confrontando i due utilizzi, che si possono definire “estremi” per la sigaretta elettronica” e “moderati” per il tabacco convenzionale, i risultati non lascerebbero spazio a dubbi: il vapore della sigaretta elettronica – secondo i ricercatori – sono portatori di sostanze cancerogene del 99 per cento inferiori rispetto il fumo di sigaretta tradizionale. 
E’ possibile consultare la ricerca integrale sulla rivista scientifica Tobacco Control. L'articolo Università St. Andrews: “Tossicità sigaretta elettronica inferiore del 99% al fumo” sembra essere il primo su Sigmagazine. Visualizza l'articolo completo su Sigmagazine
  9. (tratto da Sigmagazine bimestrale #3 luglio-agosto 2017) di Marzia Del Monte Ormai è constatato che uno dei possibili effetti negativi dovuti all’astinenza da sigaretta tradizionale è il probabile aumento di peso. Da un punto di vista strettamente neurochimico, è infatti noto che, la nicotina produce sensazioni di rilassatezza e di benessere, ed è parimenti una sostanza che “sazia”, una sostanza che a livello del sistema nervoso centrale agisce sulla gratificazione della soddisfazione fisica e che ha sicuramente una funzione anoressizzante, riducendo pertanto le fantasie alimentari.
Smettendo di fumare cosa accade? Il corpo richiede quantità maggiore di nicotina (così che il livello di dopamina sia alto), ma in sua assenza l’organismo ricerca azioni gratificanti similari. In generale cercando di abbattere una dipendenza, spesso se ne sviluppa un’altra altrettanto forte, arginata spesso da quella alimentare.
 Da un punto di vista psicologico, chi smette di fumare deve trovare un oggetto sostitutivo che colmi il vuoto della sigaretta e che investa in altri fonti di piacere, che molto spesso cadono nella sfera dell’alimentazione. Nel soggetto che smette di fumare sigarette si riscontra sovente un bisogno costante di di alimentarsi frequentemente, saziando quel bisogno che sostituisce la sigaretta e spesso si instaura un pensiero perseverante. In questa delicata fase si possono assumere molti chili. 
È proprio per questo motivo che l’uso della sigaretta elettronica può essere di notevole aiuto. Infatti permette di avere sensazioni simili al fumare ed anche più piacevoli vista l’infinità di gusti e aromi. Svapare aromi gradevoli può sicuramente allontanare il pensiero della vecchia sigaretta ma anche del cibo.
 Pertanto l’uso dell’ecig fornisce la gradualità nel ridurre la nicotina, aiutando a superare l’ostacolo dell’astinenza fisica e del bisogno di dover mangiare per colmare il vuoto. L’assenza della “fame psicologica” è perciò il prodotto di un riflesso indotto che l’ecig lascia in bocca mantenendo le sensazioni piacevoli.
 Possiamo perciò affermare che i vantaggi sulla salute in seguito all’abbandono della sigaretta tradizionale sono molto superiori rispetto ai rischi legati ad un eventuale modico aumento di peso. L’uso della sigaretta elettronica è comunque in questo caso un’ottima strategia sia per la graduale disabitudine a quantità sempre minori di nicotina, sia a livello psicologico, poichè le sensazioni positive si amplificano, permettendo così di evitare la gratificazione nel cibo. L'articolo Perché con la sigaretta elettronica si smette di fumare senza ingrassare sembra essere il primo su Sigmagazine. Visualizza l'articolo completo su Sigmagazine
  10. di Gennaro Scollatone Smok si sta dimostrando tra le aziende più attive e propositive sul mercato in questi ultimi mesi. E’ ormai prossima l’uscita della nuova box Osub King da 220 watt. Riprende interamente il design della versione meno potente ma ovviamente il corpo della box risulta più grande poiché deve contenere due batterie 18650, anziché una. Cinque le versioni cromatiche disponibili: rosso, nero, argento, blu e un camaleontico giallo-verde. I tasti di comando e lo schermo Oled si sviluppano in verticale. La box Osub King è fornita in kit con un must della casa orientale: l’atom Tfv8 Big Baby. La proposta è in linea con la tendenza sempre più diffusa di optare per le box dual battery in modo da garantire una lunga durata nel caso di utilizzo a bassi wattaggi ma anche la possibilità di alzare la potenza in caso di presenza di atomizzatori in subohm da polmone. L'articolo Novità in casa Smok: il kit Osub King 220W sembra essere il primo su Sigmagazine. Visualizza l'articolo completo su Sigmagazine
  11. di Stefano Caliciuri Lavora per l’azienda elvetica StattQualm il giovane arrestato con l’accusa di aver svapato in pubblico. La polizia lo ha condotto presso il carcere statale e, dopo sei giorni di isolamento, rilasciato con l’accusa pendente di possesso ed importazione illegale di prodotti del vaping. Il processo potrebbe condannarlo sino a cinque anni di detenzione, anche se la speranza è che venga comminata una semplice espulsione dal Paese. Sia l’ambasciata svizzera che i titolari dell’azienda e i famigliari sono stati avvertiti dell’accaduto. “Siamo consapevoli – scrivono in una nota i titolari di StattQualm – del fatto che alcuni paesi hanno difficoltà a normare le sigarette elettroniche. In Thailandia, la situazione sembra relativamente poco chiara e arbitraria. Nel nostro caso un agente di polizia ha deciso che il vaping è da considerare “extra illegale”. È stato arrestato, portato via, ed rimasto sei giorni in prigione, completamente tagliati fuori dal mondo, senza un contatti con l’esterno e in condizioni degradanti e disumane. Il nostro amico è stato in grado di lasciare la prigione ieri e sta aspettando il processo. Una sentenza potrebbe essere l’espulsione immediata ma rischia anche fino a 5 anni di reclusione. In questo modo – conclude la nota di StattQualm – vogliamo mettere in guardia la comunità: se qualcuno di voi ha intenzione di visitare la Thailandia, vi prego di lasciare a casa la vostra sigaretta elettronica. Non è uno scherzo. Il nostro amico deve servire come monito. Qualunque cosa tu legga sulla rete, non rischiare. Ti prego, prenditi cura di te”. L'articolo Collaboratore dell’azienda StattQualm arrestato in Thailandia sembra essere il primo su Sigmagazine. Visualizza l'articolo completo su Sigmagazine
  12. di Stefano Caliciuri Dopo la plurimiliardaria acquisizione di Reynolds American, è attualmente British American Tobacco la multinazionale del tabacco più grande del mondo, se si esclude la Cina International Tobacco Corporation. Per mantenere questa posizione ha deciso di aggredire il mercato statunitense proponendo un riscaldatore di tabacco alternativo a quello della diretta concorrente Philip Morris. I vertici di Bat hanno fatto dunque richiesta alla Food and drug administration di dare il via libera alla procedura di notifica e accettazione alla libera vendita del nuovo prodotto a rischio ridotto, spiegando che faranno ricorso al cosiddetto “appello all’equivalenza sostanziale“. In pratica, visto che già Reynolds produceva e vendeva un riscaldatore e visto che ora l’azenda è stata assorbita da Bat, in linea teorica avrebbero già a disposizione le autorizzazioni preventive necessarie per lanciarlo sul mercato. La scelta di Bat è stata tempestiva ed ha fatto seguito all’annuncio della Fda di voler ridurre il quantitativo di nicotina all’interno del tabacco tradizionale. Con gli strumenti di ridusione del rischio, invece, le multinaizonali sembra stiano affrontando una nuova scommessa. Basti pensare che già da un anno Philip Morris sta puntando sui riscaldatori, auspicando anche come slogan d’apertura del proprio sito internet ufficiale, “un mondo senza fumo“. E quando le multinazionali si muovono, non lo fanno in maniera estemporanea o improvvisata, ma seguendo una strategia di lunga scadenza. Se queste sono le premesse, significa che fra quindici anni il vaping e il tabacco riscaldato saranno davvero i sistemi di somministrazione di nicotina più utilizzati e diffusi tra i consumatori. L'articolo Riscaldatori di tabacco, Bat all’inseguimento di Philip Morris sembra essere il primo su Sigmagazine. Visualizza l'articolo completo su Sigmagazine
  13. tratto da Sigmagazine #3 Luglio-Agosto 2017 di Giovanni Favino I vaporizzatori personali sono ormai entrati nella cultura di massa, che perlopiù è venuta a contatto con la classica “sigaretta elettronica cilindrica”. Non esiste però solo questa soluzione per quanto riguarda l’approvvigionamento di liquido. Gli atomizzatori possono infatti ricadere in tre grandi categorie: a tank, dripper e bottom feeder. Ognuno ha le sue caratteristiche, che potranno adattarsi o meno alle richieste di ogni utente.
I sistemi a tank, probabilmente i più diffusi, sono caratterizzati dalla presenza di un serbatoio con diverse capacità e grandezze. Questa tipologia racchiude al suo interno numerose “sottofamiglie”, differenziate in base a differenti aspetti tecnici, che vanno dalla vaporosità alla fedeltà aromatica, passando ovviamente per il peso e le dimensioni. Spesse volte il corpo esterno è di vetro pyrex, o comunque in materiale trasparente, per poter tenere d’occhio il livello del liquido all’interno.
Il grande successo di questi sistemi è sostanzialmente legato all’ottimo bilanciamento tra praticità e prestazioni. Garantiscono infatti una buona autonomia tra un rabbocco e l’altro, unita a una soddisfacente resa aromatica e a una buona produzione di vapore, talvolta ottima, nei modelli dotati di tiro più arioso. Di contro, per quanto piccoli, hanno sempre un ingombro che non può essere ridotto oltre un certo limite. Sono disponibili modelli sia a testine intercambiabili, sia rigenerabili, ampliando quindi le possibilità nei confronti dei consumatori.
La seconda tipologia è quella dei dripper, sistemi che fanno delle prestazioni il loro obiettivo primario. Sono atomizzatori in cui il serbatoio non esiste, e al massimo offrono una struttura di raccolta al loro interno, con una capacità di un millilitro circa nei casi più abbondanti. In questi modelli, in larga parte solo rigenerabili, si va a sgocciolare il liquido direttamente sul materiale assorbente e sulla resistenza. Il corpo esterno raramente presenta finestre o trasparenze per valutare la capacità residua, poiché di fatto si va a bagnare nuovamente l’interno a intervalli regolari, in base al numero di tiri effettuato e alla variazione percepita nel gusto. La resa aromatica e la vaporosità diventano di prim’ordine, poiché il tiro viene effettuato a pochi centimetri dall’elemento vaporizzante. Questo permette un’esperienza più ricca e completa, a chiaro discapito però della praticità d’uso, se paragonati ai sistemi con serbatoio. Sono infatti atomizzatori che richiedono il costante intervento dell’utente, per scongiurare eventuali tiri a secco, e che potrebbero soffrire di perdite dai fori dell’aria, come conseguenza dell’azione di “dripping”, che avviene dall’alto. Questi sistemi di alimentazione si ritrovano spesso nelle competizioni di “cloud chasing”, proprio in virtù dell’abbondante vaporosità che possono fornire. 
La terza categoria, che in un certo senso cerca di unire i pregi delle due tipologie precedenti, è quella del bottom feeder, spesso abbreviata in “BF”. La struttura dell’atomizzatore è sostanzialmente identica a quella dei dripper, differenziandosi solo nel polo metallico alla base, che risulta forato all’interno. La traduzione dall’inglese di bottom feeder è “alimentazione dal basso”, e si riferisce al posizionamento del serbatoio. Il liquido viene infatti pompato nell’atomizzatore premendo una boccetta contenuta nel dispositivo stesso, tipicamente una box, dotata di un apposito foro sulla scocca esterna. La pressione applicata spinge il liquido attraverso un piccolo tubo fino al polo forato e quindi all’interno dell’atomizzatore. Questa tipologia offre l’ottima resa aromatica dei dripper, risolvendo al contempo il problema pratico dell’assenza di serbatoio. L’unico intervento richiesto all’utente è la pressione periodica della boccetta, per garantire la costante irrorazione della resistenza.
 Ogni vaper ha il proprio stile, ognuno cerca di soddisfare una richiesta pratica e considerando i punti di forza delle tre categorie è possibile identificare la tipologia di atomizzatore più adatto a ciò che cerchiamo. L'articolo Tank, dripper, bottom feeder: atomizzatori per tutti i gusti sembra essere il primo su Sigmagazine. Visualizza l'articolo completo su Sigmagazine
  14. di Stefano Caliciuri La Food and drug administration ha annunciato che l’entrata in vigore della nuova normativa sul vaping sarà spostata in avanti di qualche anno. Per la precisione, la deadline di notifica e certificazione di tutti i prodotti del fumo elettronico sarà l’8 agosto 2022. Si apre dunque una nuova fase negli Stati Uniti, molto più permissivi e ottimisti nei confronti della sigaretta elettronica. Già le nuove nomine nell’ambito dell’amministrazione Trump l’avevano fatto presagire, selezionando e innalzando nei posti decisionali figure “non avverse” alla sigaretta elettronica. Tra cui, Scott Gottleib che sin dagli inizi – come abbiamo riportato sulle nostre pagine – aveva sostenuto la possibilità di utilizzare la sigaretta elettronica come strumento di riduzione del rischio e di tutela di salute pubblica. Intanto, sempre Gottleib, ha annunciato che in parallelo si lavorerà per abbassare il livello di nicotina contenuta nel tabacco delle sigarette tradizionali. In questa maniera diminuirebbe anche il livello di dipendenza dei fumatori. A pochi minuti dal lancio del comunicato stampa, nel mercato a stelle e strisce le azioni di Altria (Philip Morris) e di British American Tobacco hanno perso rispettivamente il 10 e il 7 per cento. L'articolo Stati Uniti, un nuovo corso per la sigaretta elettronica sembra essere il primo su Sigmagazine. Visualizza l'articolo completo su Sigmagazine
  15. Egregio Direttore, ho letto con grande interesse l’articolo a sua firma, pubblicato su Sigmagazine, relativo all’interrogazione parlamentare presentata dai Senatori Fucksia e Bilardi in cui si auspica un’intensificazione dei controlli per la riscossione delle imposte nel settore del fumo elettronico. C’è un aspetto sul quale ritengo utile concentrare l’attenzione ed è quello che chiama in causa, direttamente, l’Intergruppo Parlamentare per la Sigaretta Elettronica che ho l’onore di presiedere. Un organismo che, è vero, in questi ultimi mesi è stato silente, ma non per questo fermo. Anzi, la scelta di lavorare al riparo da riflessi mediatici ha ragioni ben precise: da un lato, infatti, è giusto attendere con rispetto e senza inutili strepiti il pronunciamento della Corte Costituzionale; dall’altro è necessario continuare a studiare e approfondire, anche per evitare di ripetere gli errori del passato. D’altra parte, la qualità dell’attività legislativa non si misura dal numero e dalla quantità di proposte, ma dal loro contenuto e, soprattutto, dalla capacità di condurle ad approvazione definitiva nell’interesse generale. Il semplice fatto che questi ultimi mesi non siano stati caratterizzati da un fiume di atti parlamentari – tra emendamenti, interrogazioni, nuovi ddl in materia e altri atti di varia natura – non vuol dire che siamo in una fase di stallo e inoperatività. Per la verità, c’è da riconoscere che l’immensa mole di atti parlamentare presentati da più parti fino ad oggi non ha prodotto alcun risultato concreto. E il motivo è anzitutto da ricondursi alla strategia di fondo perseguita anche dagli operatori del settore. Una strategia nella quale l’errore più importate è stato quello di non stabilire un canale di dialogo serio e costruttivo con le Istituzioni e in particolare con il Governo che sul tema, pur nel rispetto della sovranità del Parlamento, ha sempre l’ultima parola. Non è un caso, infatti, che tutte le proposte parlamentari avanzate nel corso degli ultimi anni abbiano sempre ricevuto il parere contrario del Governo stesso, finendo per arenarsi. Ed è anche per questo motivo che è stato fondamentale prendere atto dell’assoluta inutilità di proseguire la battaglia per la promozione e la tutela delle ragioni del settore in modo unilaterale e sulla base di una strategia errata. Consapevoli di ciò, sia l’Intergruppo Parlamentare sia la principale associazione di categoria, l’ANAFE, hanno ritenuto opportuno impostare un nuovo dialogo istituzionale fatto di ascolto, collaborazione e condivisione di intenti. E’ un lavoro fondamentale che non ha bisogno di visibilità e attenzioni mediatiche, ma di tempo ed equilibrio, anzitutto nel rispetto della Corte Costituzionale chiamata a pronunciarsi su un tema così importante come quello del regime fiscale. Non bisogna dimenticare, inoltre, che è tutt’ora in corso un lungo lavoro di studio e di analisi del mercato che ha l’obiettivo di evitare il ripetersi di quanto accaduto in passato: la circolazione di dati e cifre false e palesemente irreali – immessi nel circuito decisionale da chi aveva più interesse a creare confusione tra i decisori pubblici, piuttosto che disciplinare il settore e porre le basi di un suo sviluppo sostenibile – che hanno tratto in errore lo stesso Ministero dell’Economia e della Finanze, le cui aspettative di gettito sono passate da 117 milioni di euro del 2014 a soli 5 milioni del 2017. E’ vero che il settore ha subito una gravissima crisi dovuta proprio ad una regolamentazione errata, a una tassazione eccessiva e all’incertezza normativa. Ma è indiscutibile il fatto che quelle aspettative di gettito si basassero su dati inesistenti che sovrastimavano il mercato, elaborate e fatte circolare con finalità ancora non del tutto chiare. Sono state anche queste dinamiche ad aver frammentato il mercato e condannato il settore ad una situazione di lotte intestine, spesso senza alcuna logica. Al corretto dialogo istituzionale, in passato spesso si è preferito alzare i toni arrivando fino all’insulto nei confronti delle Istituzioni e degli apparati della pubblica amministrazione. Oggi molto è già cambiato. Siamo solo all’inizio ma è giusto vedere e riconoscere un percorso di maturazione che la politica e i rappresentanti del settore devono e possono compiere insieme. La politica deve, giustamente, fare la sua parte. Ma anche il mercato deve garantire alle istituzioni il proprio sostegno, contribuendo ad individuare con i decisori pubblici le priorità e la direzione da percorrere, così da remare insieme con le ultime forze rimaste in questo ultimo scorcio di legislatura, per raggiungere quei risultati che in passato sono stati preclusi. Mi consenta, infine, un’ultima riflessione in merito ai contenuti dell’interrogazione parlamentare dei Sen. Fucksia e Bilardi. Quando si affronta il tema della tassazione della sigaretta elettronica sarebbe opportuno tenere a mente che sono tutt’ora pendenti giudizi, non solo di fronte alla Corte Costituzionale che dovrebbe pronunciarsi in autunno, ma soprattutto presso diverse Corti Tributarie. Probabilmente, prima ancora di scegliere la strada repressiva sarebbe opportuno che la politica assuma piena consapevolezza del fatto che le e-cig vanno aiutate e tutelate anzitutto sotto il profilo fiscale, superando regimi fiscali che “puzzano” di incostituzionalità, poiché nell’attuale sistema vi è il paradosso per cui una stessa goccia di nicotina, inserita in un flaconcino da 10 ml o in una bacinella da un litro, determina una differenza di base imponibile di diverse migliaia di euro, per nulla giustificata. E’ compito della politica prendere anche consapevolezza del fatto che tutti i nuovi prodotti da fumo vanno tutelati non tanto come prodotto per smettere di fumare (le posizioni del mondo scientifico non sono unanimi) ma soprattutto come prodotto a rischio ridotto, con molta probabilità con rischi di gran lunga minori rispetto a quelli delle sigarette tradizionali. E’ evidente che, adesso più che mai, serve chiarezza e – mi permetta – anche il supporto di autorevoli testate di settore come Sigmagazine. Proprio in questa prospettiva, con l’obiettivo di contribuire ad alimentare un confronto utile e costruttivo sui temi in oggetto, ad ottobre l’Intergruppo Parlamentare ha intenzione di organizzare un convegno con tutti i protagonisti del mercato per affrontare proprio i temi della nuova fiscalità e del rischio ridotto, con riferimento non solo alle sigarette elettroniche ma in generale a tutti i prodotti da fumo di nuova generazione. Sarà quella l’occasione per approfondire anche il discorso dell’equità della tassazione e per continuare un cammino appena iniziato e che non può certo interrompersi, comunque nell’attesa che la Consulta fornisca il principio di diritto su cui costruire il futuro del mercato. On. Ignazio Abrignani Presidente intergruppo parlamentare sulla sigaretta elettronica Non è consueto ricevere una lettera dai toni così pacati e con riflessioni puntuali proiettate nel futuro prossimo. Solitamente si scrive ad un giornale per chiedere rettifiche o per annunciare querele e gli accenti son ben altri. L’articolo di Sigmagazine da cui si trae spunto per avviare il ragionamento è stato scritto anche con l’intento di provocare una reazione proprio tra i componenti dell’Intergruppo, al momento unico interlocutore istituzionale su cui il settore del vaping può contare ma su cui negli ultimi mesi le aspettative erano andate scemando. La sua lettera contiene molte notizie che sarà nostra cura approfondire per darne ulteriore risalto, non ultima quella del convegno di ottobre. Un appuntamento che, alla vigilia della sentenza della Consulta, potrebbe diventare una vera e propria manifestazione a sostegno della salute pubblica e degli strumenti di riduzione del danno. Mi associo al suo auspicio di pacatezza, dialogo e confronto senza pregiudizi: d’altronde lo sosteniamo da sempre e lo abbiamo scritto più volte. Usando una metafora calcistica, non bisogna entrare a gamba tesa contro ogni pallone. L’arbitro fischierà sempre il fallo e l’azione tornerà ad essere comandata dall’avversario. Bisogna invece imparare a giocare da squadra e chiudere gli spazi. E, alla prima occasione, ripartire palla al piede in maniera ordinata. Stefano Caliciuri L'articolo Riceviamo e pubblichiamo. Abrignani: “Basta scontri, è l’ora del confronto” sembra essere il primo su Sigmagazine. Visualizza l'articolo completo su Sigmagazine