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  1. di Barbara Mennitti “Il dottor Murthy è stato sollevato dal suo incarico di Surgeon General e continuerà a prestare servizio come membro dei Commisioned Corps”. La dichiarazione della Casa Bianca non potrebbe essere più gelida e poco servono a riscaldarla i ringraziamenti per il servizio reso alla nazione aggiunti poco dopo a nome del Segretario di Stato per la sanità Tom Price. L’uscita di scena del medico anglo-indiano non è stata amichevole né indolore, visto che l’amministrazione Trump gli ha chiesto un passo indietro e, dopo il suo rifiuto, non ha avuto altra scelta che licenziarlo. Secondo le procedure ordinarie, Murthy avrebbe dovuto mantenere la carica di capo esecutivo dello United States Public Health Service Commissioned Corps e di portavoce delle questioni di salute pubblica all’interno del governo federale fino alla fine del prossimo anno. A succedergli nell’importante ruolo è il Contrammiraglio Sylvia Trent-Adams, fino a pochi giorni fa vice Surgeon General. Nel mondo del vaping Vivek Murthy è noto per essere un forte oppositore della sigaretta elettronica. Nel report pubblicato nel dicembre 2014 e intitolato E-cigarette Use Among Youth and Young Adult , definiva “l’uso dell’ecig fra i giovani e i giovani adulti americani” come “una delle principali preoccupazioni di salute pubblica”. Nella sua prefazione, Murthy definiva più volte i prodotti del vaping “forma di tabacco” e paventava tutta una serie di possibili danni legati al loro uso che culminavano con la morte in caso di ingestione dei liquidi. Il suo appello culminava con una chiamata alle armi: “Sappiamo abbastanza da passare all’azione per proteggere i giovani della nostra nazione e impedire che siano danneggiati da questi prodotti”. Inutile aggiungere che questo rapporto – definito “imprudente e dilettantesco” da Clive Bates – ha contribuito molto gettare una luce sinistra sul vaping negli Stati Uniti e a costruire una idea di pericolosità intorno alla sigaretta elettronica. Di certo i motivi di frizione fra Murthy – nominato nel 2014 da Obama – e la nuova amministrazione erano molti (dal sostegno all’Obamacare alla politica sulle armi) e a questi va ricondotta la sua rimozione. Staremo però a vedere se il nuovo Surgeon General adotterà un approccio diverso e meno ideologico alla sigaretta elettronica. L'articolo Trump licenzia il Surgeon General contrario alla sigaretta elettronica sembra essere il primo su Sigmagazine. Visualizza l'articolo completo su Sigmagazine
  2. di Stefano Caliciuri Quarantasette miliardi di dollari. Sarà questo il fatturato globale del vaping nel 2025. Lo si apprende da una ricerca pubblicata da Bis Research, società specializzata in analisi sulle tendenze dei mercati e delle tecnologie emergenti. Nei possimi otto anni l’impennata sarà verticale. Si passerà dagli attuali 8 miliardi di dollari (poco meno di 7,5 miliardi di euro) alla previsione di 46,9 miliardi di dollari (43 miliardi di euro) con un incremento che sfiora il 600 per cento. Un risultato sorprendente se confrontato alla progressione di altri settori merceologici che, seppur consolidati, spesso non riescono a segnare un punto positivo. Ma questa è la vera forza del vaping, cioé essere riuscita ad imporsi sul mercato nel volgere di pochi anni, frutto non di marketing aggressivo o campagne di sponsorizzazione ma soltanto attraverso il passaparola tra i consumatori. Un segnale di forza che difficilmente potrà essere combattuto dai governi o dalle multinazionali del tabacco e del farmaco. Semmai potranno cavalare l’onda ma non certamente smontarla. Sempre secondo il rapporto, il mercato più ricco e florido sarà quello statunitense mentre il Paese con il più rapido tasso di crescita sarà la Cina. L’Italia si pone come terzo mercato europeo alle spalle di Gran Bretagna e Francia. L'articolo Sigarette elettroniche, proiezione di mercato 2017-2025: +600% sembra essere il primo su Sigmagazine. Visualizza l'articolo completo su Sigmagazine
  3. di Stefano Caliciuri Nel decimo anno dalla sua fondazione, Kangertech lancia sul mercato la box più potente mai prodotta prima. Si chiama Five 6 e si presenta come un vero e proprio “deposito di energia”: cinque batterie 18650, tre resistenze da 0,6 ohm montate nell’atom in kit, possibilità di convertire la funzione ecig con quella di power bank per caricare altre apparecchiature elettroniche. Utilizzabile sino a 222 watt dichiarati dall’azienda, è disponibile in cinque diversi colori: nero, rosso, giallo, verde e blu. La scocca della box è intercambiabile così da personalizzare gli abbinamenti cromatici. La note dolente è il peso: circa 250 grammi tra box e atomizzatore. Five 6 sarà lanciata sul mercato italiano a partire dalla fine del mese di maggio in concomitanza con Vapitaly, la fiera della sigaretta elettronica che si terrà tradizionalmente a Verona. L'articolo Kangertech presenta Five 6, un “mostro” da cinque batterie (e 260 grammi) sembra essere il primo su Sigmagazine. Visualizza l'articolo completo su Sigmagazine
  4. di Stefano Caliciuri Come avevamo annunciato da tempo e più volte, a partire dal 21 maggio non sarà più possibile vendere prodotti non conformi alla Direttiva europea sui tabacchi e prodotti liquidi da inalazione. La finestra temporale atta a regolizzare le varie posizioni anomale e terminare le scorte di magazzino era iniziata il 20 novembre 2016 e aveva una validità di sei mesi. La conferma giunge anche dall’agenzia delle dogane e dei monopoli che ha provveduto a emanare una circolare per ricordare la scadenza che, oramai, cadrà fra poco meno di un mese. Nella fattispecie, Aaas comunica che “dal 21 maggio 2017 in nessun caso sarà possibile vendere ai consumatori prodotti del tabacco, sigarette elettroniche, contenitori di liquido di ricarica, prodotti da fumo a base di erbe non conformi alle prescrizioni del dgls 6/2016. In proposito si richiama l’attenzione sulle sanzioni di cui all’articolo 25 del decreto legislativo sopra citato per le condotte in violazione delle prescrizioni stabilite“. Le sanzioni, così come stabilito dal decreto, possono raggiungere un massimo di 150 mila euro per ogni singola infrazione. L'articolo Aams, prodotti non conformi Tpd: “Dal 21 maggio divieto di vendita ai consumatori” sembra essere il primo su Sigmagazine. Visualizza l'articolo completo su Sigmagazine
  5. (tratto da Sigmagazine bimestrale numero 1 marzo-aprile 2017) di Giovanni Favino Il mondo dei vaporizzatori personali è fatto certamente di estetica, prestazioni e nuvole di vapore sempre più grosse e “grasse”. Tutto però inizia da un filo che viene scaldato. Attualmente il mercato ne offre di diverse tipi, classificati con sigle e numeri che a prima vista possono sembrare oscuri: Ni200, Ti01, SS, FeCrAl, NiCr, NiFe48. Abbreviazioni che descrivono i diversi materiali di cui è composta la resistenza (coil), cioè l’elemento riscaldante che vaporizza il liquido. Non tutti, però ,vanno bene per ogni stile di svapo: alcuni sono riservati al controllo di temperatura (Tc), altri sono adatti se vengono usati in modalità classica e solo alcuni sono ambivalenti. Nell’ambito del controllo temperatura possono essere utilizzati Ni200, Ti01 e NiFe, rispettivamente il nichel, il titanio e il nichel-ferro, indicati per il Tc in virtù della loro capacità di aumentare il valore di ohm all’aumentare del calore. Questa proprietà è alla base del controllo di temperatura. La sigla SS seguita da un numero identifica invece l’acciaio inox. Il più utilizzato è l’SS316L, ma è presente anche il 304 e il 317. Può essere usato sia in TC, sia in modalità variwatt, quella cioè in cui si regola solo la potenza. Se non si desidera svapare a temperatura controllata, la scelta ricadrà per forza sul kanthal, tecnicamente noto come FeCrAl (lega di ferro, cromo e alluminio), sul nichrome (NiCr) o sull’acciaio. In qualunque caso non è però consigliato effettuare il cosiddetto “dry burn”, un metodo spesso utilizzato per pulire la resistenza nel momento in cui si cambia il cotone. Si tratta, all’atto pratico, di un’accensione a secco, che interessa principalmente il mondo degli atomizzatori rigenerabili. Si porta la resistenza a incandescenza, per bruciare eventuali residui e procedere quindi a una maggiore pulizia. È opinione di alcuni medici e chimici che questa operazione rischi di danneggiare la resistenza ed esporre il nostro organismo a sostanze dannose. L’incandescenza crea infatti delle micro fratture nel materiale, indebolendo quindi il filo e dando potenzialmente origine a un rilascio di particelle allergeniche. Ogni materiale presenta caratteristiche proprie che emergono soprattutto durante la fase di rigenerazione della coil. Il Ni200 ad esempio è più malleabile, ma è anche molto allergenico; il titanio ha una buona resa aromatica, ma è più complicato da lavorare; l’acciaio è pratico e atossico, ma rischia di essere poco preciso in controllo temperatura, e così via. In modalità watt il discorso si semplifica poiché kanthal, nichrome e acciaio godono di proprietà simili, per quanto siano presenti differenze anche in questo caso, principalmente nella restituzione aromatica. Le preferenze personali sono, alla fine, quelle che contano maggiormente, ma qualunque scelta si voglia fare, va sempre tenuta presente la destinazione di utilizzo. L’importante è abbinare sempre il giusto filo alla sua esatta modalità di impiego. Utilizzare in variwatt un filo per TC, o usare in controllo temperatura un materiale destinato al power mode, rischia di esporre il consumatore a ossidi e sostanze tossiche che nulla hanno a che vedere con la riduzione del danno, che è poi uno dei principali punti di forza del vapore elettronico. Giovanni Favino, laureando in Tecniche di laboratorio biomedico. L'articolo Dimmi come svapi e ti dirò qual è il tuo filo sembra essere il primo su Sigmagazine. Visualizza l'articolo completo su Sigmagazine
  6. 2017, l’Anno Zero del vaping

    (tratto da Sigmagazine bimestrale numero 1 marzo-aprile 2017) di Stefano Caliciuri Per il comparto del fumo elettronico il 2017 è da considerarsi l’Anno Zero. La definitiva introduzione della Direttiva europea sui tabacchi segna un punto di non ritorno: le regole finalmente sono scritte nero su bianco ma soprattutto hanno un ampio respiro. Non potranno più essere soggette cioè a variazioni o revisioni a partita in corso o con l’iscrizione repentina di un emendamento. Nel bene o nel male, piaccia o non piaccia, il comparto è stato dotato di un quadro normativo di riferimento come mai era accaduto. Con un panorama limpido, le aziende produttrici potranno finalmente dedicare le loro risorse agli investimenti. Le somme fino ad oggi destinate al pagamento delle parcelle legali potranno essere dirottate nei capitoli di bilancio dedicati alla ricerca e sviluppo, consentendo l’apertura di nuove frontiere. Come ad esempio, il vaping terapeutico, ovvero l’utilizzo della sigaretta elettronica come coadiuvante o palliativo nella terapia del dolore o come strumento per veicolare determinati principi attivi. Il fronte più oscuro su cui ancora incombe lo spauracchio politico riguarda la tassazione. Il legislatore, nel momento in cui percepisce uno spiraglio interventista in materia fiscale, non perde tempo ad attuare la pressione. Ogni tentativo di confronto e raffronto rischia di rimanere inatteso e inascoltato. L’assunto di fondo è sempre lo stesso: il legislatore deve decidere perché di questo deve dar conto. Non c’è alternativa: il blocco di maggioranza decide, il fronte di minoranza protesta. È il gioco delle parti, spesso una recita messa in piedi per accontentare il “gusto degli spettatori”, ovvero i cittadini-elettori che si sentono così difesi e rappresentati. Giustificando in questo modo anche la scelta elettorale espressa nel momento del voto. Così va il mondo e così, purtroppo, va la nostra società. Nell’ambito del vaping non accade mai che un processo sia lineare, ovvero che parta dal decisore (legislatore) e arrivi sino all’utente finale (consumatore) senza deviazioni. Una qualsiasi forma di protesta o di ribellione, negli anni della comunicazione di massa, parte dal basso, si sviluppa nel momento in cui il messaggio viene colto dall’ultimo anello della catena, ovvero dall’utente-consumatore. Questo però spesso accade quando il processo decisionale ha concluso il suo iter. In termini diversi – parafrasando Bauman – possiamo dire che la “critica della politica” abbia sostituito la “critica del politico”. In discussione non è più la singola scelta ma l’insieme delle regole. Il fumo elettronico si è trovato, suo malgrado, “uno contro tutti”. Una grande alleanza formata da multinazionali del tabacco, multinazionali del farmaco, classe politica, comunità scientifica, media. Manca però l’alleato più importante, quello che alla lunga potrà essere il vero ago della bilancia, colui cioè che, al di là di interessi di parte, prova sulla propria pelle le funzionalità e le potenzialità del dispositivo elettronico: il cittadino-consumatore, il vaper. Ovvero le centinaia di milioni di persone al mondo che nel volgere di un decennio alla parola “fumatore” potranno aggiungere il prefisso “ex”, trasformando così una massa di opinioni in una sola, grande, autorevole opinione di massa. L'articolo 2017, l’Anno Zero del vaping sembra essere il primo su Sigmagazine. Visualizza l'articolo completo su Sigmagazine
  7. (tratto da Sigmagazine bimestrale numero 1 marzo-aprile 2017) di Barbara Mennitti Il sogno di Roberta Pacifici, direttore del centro nazionale dipendenze e doping dell’Istituto Superiore di Sanità, è quello di una società in cui la sigaretta sia solo un lontano ricordo. In questa intervista Pacifici traccia la storia, i successi e i momenti di stallo della lotta al tabagismo nel nostro Paese dal punto di vista sanitario dagli anni Settanta fino ad oggi, delineando una battaglia che ha ancora molte pagine da scrivere e molti strumenti da esplorare prima di poter essere vinta. La lotta al tabagismo rappresenta una priorità per il vostro Istituto? È certamente una della priorità più importanti del nostro istituto. Attualmente dirigo il Centro nazionale dipendenze e doping e fra le dipendenze il tabagismo è una di quelle più seguite e che più ci impegna. Personalmente, poi, mi occupo di queste problematiche da moltissimi anni con l’Osservatorio fumo, alcol e droga. Nel tempo abbiamo svolto e continuiamo a svolgere molte attività di lotta al tabagismo. Quali sono i vostri strumenti e le vostre attività principali? Uno strumento che sta dando buoni risultati è il numero verde, presente per legge su tutti i pacchetti di sigarette dal maggio scorso. È un canale che ci permette di offrire consulenza al cittadino sulle opportunità di smettere di fumare e su dove rivolgersi per farlo. A questo scopo realizziamo ogni anno il censimento dei Centri Antifumo che ad oggi sono circa 400 sparsi sul territorio nazionale con professionisti pronti a prendersi in carico il paziente tabagista. Produciamo anche materiale divulgativo per aiutare le persone a smettere e seguiamo il fenomeno dal punto di vista epidemiologico tramite la nostra indagine annuale sulle abitudini al fumo degli italiani. Poi facciamo molta ricerca nei nostri laboratori: analizziamo materiali biologici, facciamo studi di farmacocinetica, individuiamo biomarker di esposizione e di danno. Il recepimento della direttiva sui prodotti del tabacco, infine, ci affida la vigilanza e il controllo dei laboratori autorizzati a fare le analisi sui prodotti del tabacco e l’onere di studiare la documentazione scientifica prodotta dai fabbricanti e dagli importatori di prodotti di nuova generazione e sulla loro potenziale minore tossicità. A fronte di tutti questi sforzi, quali sono i dati relativi ai fumatori in Italia? Gli ultimi dati di cui disponiamo sono quelli rilevati dall’indagine annuale che presentiamo in occasione della giornata mondiale senza fumo che cade il 31 maggio di ogni anno. Rappresentano una fotografia che copre l’arco temporale che va da gennaio a marzo di ogni anno e analizza una popolazione che seguiamo negli anni. Al 2016 i fumatori in Italia sono 11,5 milioni cioè il 22 per cento della popolazione. Di questi il 27,3 sono uomini e il 17,2 donne. In numero assoluto sono 6,9 milioni di fumatori e 4,6 milioni di fumatrici. Come interpreta questi numeri? La prima osservazione è che negli ultimi 7-8 anni assistiamo a un appiattimento della curva, che è andata a scendere significativamente dagli anni Settanta al Duemila, ma ora non scende più. Abbiamo oscillazioni non significative che di fatto non cambiano lo stallo completo in cui ci troviamo. È un fenomeno che si è cristallizzato. Poi si nota che rispetto al grande divario che c’era negli anni Settanta, ora siamo di fronte a un ravvicinamento sostanziale fra fumatori e fumatrici. Il numero dei fumatori uomini negli anni è andato a diminuire, mentre quello delle donne è aumentato. Come se lo spiega? È un fenomeno collegato ai grandi investimenti che le multinazionali del tabacco hanno fatto sul ruolo femminile. Hanno investito molto in immagine e in prodotti dedicati alla donna come le sigarette slim, i pacchetti con le foglie, con i fiori e i colori, tracciando un collegamento strumentale fra fumo ed emancipazione della donna. Viceversa la diminuzione della prevalenza degli uomini è dovuta all’insorgere delle prime percezioni che dietro al tabagismo vi sono delle patologie correlate. Questo è il classico esempio di come le multinazionali del tabacco riescano a percepire in anticipo quali saranno le modifiche dei comportamenti e dei consumi e porre riparo preventivamente con prodotti alternativi e nuove strategie di marketing. Un altro dato da rilevare è che l’età di quelli che cessano e quelli che iniziano non è cambiata, il che significa che c’è un ricambio: tanta gente smette, ma tanta gente inizia. Questo ci dice che tutte le politiche fin qui intraprese non hanno poi di fatto inciso significativamente sull’iniziazione. A cosa sono dovute invece le diminuzioni importanti nel numero dei fumatori? Sono correlabili a determinati interventi legislativi. L’esempio più eclatante è la legge Sirchia introdotta nel 2005 che ha cambiato sostanzialmente l’atteggiamento degli italiani verso il tabagismo. Da una parte la restrizione alla possibilità di fumare ha dato una spinta importante a chi aveva già contemplato la possibilità di smettere. Dall’altra la legge ha creato cultura, ha educato le nuove generazioni, ha permesso di pensare al tabagismo come qualcosa che non si doveva subire per forza. Purtroppo però tutte le leggi hanno il loro massimo effetto che poi si esaurisce. L’aumento del prezzo delle sigarette potrebbe essere uno strumento valido? L’incremento della tassazione da noi è sempre stato utilizzato in maniera poco incisiva. Per una persona che ha sviluppato una dipendenza psicologica e fisica importante per un prodotto, l’aumento di pochi centesimi non ha un grande effetto. L’incremento dovrebbe essere tale da essere sentito dal consumatore in maniera pesante, come è successo in Australia, dove oggi i fumatori sono circa il 12 per cento e dal 1990 sono in costante declino. I centri anti fumo danno risultati soddisfacenti? Al momento rappresentano una grande potenzialità, ma sono sottoutilizzati. Manca il collegamento fra il fumatore e il servizio. Bisogna lavorare molto sulla classe medica, perché il medico curante spesso non comunica al suo paziente che smettere di fumare è indispensabile e che esistono delle strutture che possono aiutarlo. È anche un problema culturale, il tabagismo viene considerato un vizio, mentre è una patologia cronica recidivante che dà dipendenza e che va presa in carico dal servizio sanitario nazionale. Non è vero che per smettere di fumare basta la volontà. La letteratura scientifica ad oggi disponibile ci dice che i percorsi di cessazione hanno maggior successo se sono seguiti da professionisti sanitari. La sigaretta elettronica può essere d’aiuto in questo percorso? I nostri dati sui consumi del 2016 attestano gli utilizzatori di sigaretta elettronica al 4 per cento tra consumatori occasionali e abituali, cioè circa 2 milioni di persone. Abbiamo anche rilevato che l’utilizzatore di sigaretta elettronica è nella maggior parte dei casi un utilizzatore duale. Su questo strumento la comunità scientifica si divide in due grandi compartimenti. Uno che sostiene che, poiché sulla carta il prodotto dovrebbe essere meno tossico, allora bisogna incentivarne l’uso a tutto tondo, ed è la posizione del Royal College of Physicians. L’altra parte, dove si colloca anche l’Istituto superiore di sanità, è più prudente. Riteniamo che non sia ancora stata dimostrata la sicurezza di questo prodotto, cioè la mancanza di effetti collaterali nel suo utilizzo, né la sua efficacia nel far smettere di fumare. E quindi preferiamo assumere un atteggiamento molto più prudente, incentivando gli studi per comprendere, ma non prendendo posizioni simili a quelle che ha preso Public Health England. Come Istituto superiore di sanità state conducendo studi sulla sigaretta elettronica? Svolgiamo studi che riguardano sia gli aspetti di tossicità sia gli aspetti di efficacia come strumento per smetter di fumare. Il mio gruppo di studio ha analizzato anche la problematica della farmacocinetica di questo prodotto per quanto riguarda l’acquisizione di nicotina. Penso che in questi prossimi anni avremo molta più letteratura sulla quale fare dei ragionamenti scientificamente corretti. Noi possiamo affidarci solo a studi che rispettino criteri universalmente riconosciuti dalla comunità scientifica e ad oggi a mio avviso ci mancano dati scientifici certi. Ma in un’ottica di riduzione del rischio, l’ecig non è comunque preferibile al tabacco? La riduzione del rischio va quantizzata, perché deve tradursi in una ricaduta importante dal punto di vista sanitario. Anche per questo esistono metodologie di analisi e di studio riconosciute. Una volta dimostrato questo, quantizzando l’effetto della riduzione del rischio, si può pensare anche a politiche di incentivazione in un’ottica di riduzione del danno. Ma voglio sottolineare che la nostra politica è quella della cessazione, il mio obiettivo è fumatori zero. Però il meglio rischia di essere nemico del bene. E infatti nell’attesa di arrivare a zero e nell’impegno di tutte le energie perché questo avvenga è giusto operare in un’ottica di riduzione del danno. È chiaro che, se si trova uno strumento che riduce il rischio di un grande fumatore che non riesce a smettere, questo va utilizzato e incentivato. Sono assolutamente aperta ad avere a disposizione del professionista della salute un ventaglio di prodotti che dimostrino la loro efficacia e che si uniscono a quelli di cui abbiamo già dimostrato l’efficacia. Supponiamo che nel 2018 lei raggiunga il suo obiettivo fumatori zero. Che succede se poi il Ministro dell’economia si trova in cassa 15 miliardi di euro di tasse sul tabacco in meno? Io ragiono in termini di salute e ritengo che sia vantaggioso e anche redditizio per la società essere composta da persone sane piuttosto che malate. L'articolo Roberta Pacifici (Istituto superiore sanità): “Obiettivo zero fumatori” sembra essere il primo su Sigmagazine. Visualizza l'articolo completo su Sigmagazine
  8. di Stefano Caliciuri Joyetech è l’azienda del vaping che maggiormente tenta di introdurre sul mercato prodotti innovativi e spesso traccia la scia dietro la quale si allineano le altre. Questa volta ha puntato su un prodotto per entry level, una box dalla forma particolare estremamente gradevole sia alla vista che al tatto. Atopack Penguin richiama proprio la silhouette del pennuto dell’Antartide. Il modello monta una batteria da 2mila mAh e di un nuovo sistema di refill definito Jvic (Juice vertical iniection coil) che Joyetech ha concepito affinchè il liquido sia inserito sulla resistenza in verticale anziché in orizzontale. L’Atopack Penguin funziona con cartucce ricaricabili. Da 8,8 millilitri se acquistate vuote oppure da 2 millilitri (come prevede la Tpd) se già caricate con liquidi nicotinizzati. Gradita sorpresa l’etichetta che consente al consumatore di scrivere il liquido utilizzato, consentendogli così di sostituire a suo piacimento la cartuccia senza possibilità di dimenticare il contenuto. E’ presente un solo tasto con cui attivare la box che può arrivare sino a 50 watt a seconda delle resistenze montate che possono variare tra 0,2 e 0,6 ohm. In Italia sarà disponibile a partire da maggio e sarà presentata in occasione di Vapitaly, la fiera della sigaretta elettronica di Verona. L'articolo Il Pinguino di Joyetech, nuova box entry level con interessanti novità sembra essere il primo su Sigmagazine. Visualizza l'articolo completo su Sigmagazine
  9. (tratto da Sigmagazine bimestrale numero 1 marzo-aprile 2017) di Pierluigi Mennitti La svolta nell’immaginario collettivo dei Dampfer tedeschi, come si chiamano in Germania gli svapatori, arrivò un paio di anni fa dalle pagine dell’autorevole e intellettuale Der Spiegel. Il settimanale di Amburgo realizzò un’intervista con l’intellettuale polacco Adam Michnik, ex dissidente anticomunista ai tempi del regime, militante del sindacato Solidarność di Lech Walesa con il quale condivise i leggendari scioperi ai cantieri di Danzica negli anni Ottanta e da quasi trent’anni direttore di Gazeta Wyborcza, oggi il quotidiano più autorevole del Paese portato da Michnik su posizioni di progressismo liberale. L’inizio dell’intervista seguiva le regole del giornalismo di qualità: descrizione a volo d’uccello della stanza del direttore, con la libreria a parete piena di libri, quindi il focus ristretto sulla sua scrivania stracolma di scartoffie e lo zoom finale su un oggetto che fino ad allora poteva essere considerato estraneo ad un’atmosfera così raffinata. Tra le mani Michnik stringeva una sigaretta elettronica, dalla quale di tanto in tanto aspirava con voluttà un contenuto liquido che si trasformava in aromatiche nuvole di vapore. Michnik, l’intellettuale di mille battaglie ideali, il direttore di cento polemiche politiche, svapava. E l’intero paragrafo iniziale si dilungava sull’entusiasmo di Michnik per il nuovo strumento che lo aveva strappato da una lunga, un tempo amata dipendenza dalle sigarette. L’ecig era così sdoganata. Nel quadretto quasi letterario che Der Spiegel dedicava al poliforme intellettuale polacco (e di conseguenza nell’immaginario collettivo dei suoi lettori), la forma sinuosa della sigaretta elettronica sostituiva ufficialmente quella di una pipa o di una sigaretta e lo sbuffo umido del vapore cancellava, forse per sempre, quello secco e stagionato del tabacco. Da allora, il mercato in Germania della e-Zigarette ha conosciuto un vero e proprio boom (non certo dovuto all’articolo). In cinque anni, il fatturato realizzato dal settore che ruota attorno alla sigaretta elettronica (hardware, accessori e liquidi) è passato dai 5 milioni di euro del 2010 ai 275 milioni del 2015, come ha riportato il settimanale Stern. Mentre, secondo le stime dell’associazione che riunisce i commercianti del settore e riportate dal quotidiano Die Welt, nel 2016 il volume d’affari dovrebbe essere aumentato ancora del 50 per cento rispetto all’anno precedente, superando i 400 milioni di euro. Una tendenza, ritengono gli esperti, non destinata a rallentare a breve e che, al contrario, sembrerebbe avere ancora molti margini di crescita, se si accompagnano i dati a quelli del numero dei fumatori di sigarette tradizionali. Le statistiche hanno registrato nel terzo trimestre del 2016 un calo dell’11,3 per cento dei ricavi da imposte sulle sigarette, che contraddice il dato sulla produzione in aumento fornito dall’industria del tabacco a inizio 2016. Il dato è reale ma, secondo gli esperti, è stato dopato da una sovrapproduzione dovuta alla volontà di anticipare l’introduzione dell’obbligo delle foto-shock sui pacchetti di sigarette entrata in vigore nel corso del 2016: i pacchetti senza foto-shock già prodotti potevano continuare ad essere venduti per un anno. Insomma, più sigarette tradizionali fabbricate ma meno vendute. E a lungo termine la tendenza è ben leggibile: se nel 2000 si vendevano in Germania ancora oltre 139 miliardi di sigarette all’anno, nel 2015 il numero è stato di 81 miliardi. Gli svapatori tedeschi sono ora 3,5 milioni, ancora largamente superati dai fumatori tradizionali, che sono poco meno di 18 milioni. I primi sono in crescita (l’anno scorso erano 500mila in meno), i secondi in calo. E, come in un caso di vasi comunicanti, le percentuali di calo da un lato e di aumento dall’altro quasi si sovrappongono, tanto da far scrivere a Die Welt che “quasi tutti i nuovi svapatori sono ex fumatori di sigarette”. Il presidente dell’associazione dei commercianti di sigarette elettroniche Dac Sprengel ha aggiunto al quotidiano tedesco che “il settore si aspetta un ulteriore aumento del fatturato del 50 per cento anche per l’anno in corso”, puntando così a raggiungere un volume d’affari “di 600 milioni di euro”. E il settimanale Stern fornisce anche un primo, breve identikit del nuovo cliente: “indistintamente donne e uomini di età attorno ai 35 anni”. Il target da sogno di ogni imprenditore. Quanto questo mercato sia importante anche per l’Italia lo si recupera da altre informazioni legate al profilo dei produttori che fornisce Die Welt. “L’industria dietro la E-Zigarette è caratterizzata in Germania quasi esclusivamente da medie e piccole imprese”, riporta il quotidiano, sottolineando come il panorama sia composto da un miscuglio di imprese già note e adattatesi al nuovo mercato e di vere e proprie start-up del settore. “L’hardware, le apparecchiature per svapare vendute in Germania, sono al 90 per cento di produzione cinese – conclude Die Welt – mentre i liquidi giungono per il 70 per cento dall’Europa, con produzioni prevalentemente dalla stessa Germania e dall’Italia“. Una buona notizia per un mercato già florido e con buone prospettive di crescita, che dunque merita una cura e un’attenzione particolare. Pierluigi Mennitti, giornalista, scrive da Berlino per Ansa, Il Foglio e Lettera 43. L'articolo Germania, la locomitiva (a vapore) d’Europa sembra essere il primo su Sigmagazine. Visualizza l'articolo completo su Sigmagazine
  10. di Stefano Caliciuri Ennesima ricerca dimostra come la sigaretta elettronica sia molto meno nociva della sigaretta tradizionale. Questa volta è redatta da uno staff di ricercatori neozelandese. Le conclusioni sono senza appello: la sigaretta elettronica risulta esponenzialmente meno nociva e potenzialmente in grado di salvare milioni di vite umane. Gli scienziati dell’Università di Auckland hanno valutato i pericoli provati dalle due forme di assunzione di nicotina applicando il modello analitico proposto dall’ Environmental Protection Agency, ovvero secondo i dettati istituzionalmente riconosciuti. Se la sigaretta elettronica produce soltanto due sostanze ad un livello leggermente maggiore dal consentito: il glicole propilenico e l’acroleina. Per contro, la sigaretta tradizionale causa emissioni ben più elevate di sostanze non propriamente innocue: acetalteide, acroleina, formaldeide, cadmio e nitrosonornicotina. I ricercatori hanno firmato la ricerca sostenendo dunque che la sigaretta elettronica, pur producendo minime quantità di sostanze tossiche, non raggiunge i livelli di pericolosità del tabacco tradizionalmente combusto. Sottolineano comunque che i risultati devono essere letti con prudenza e che i consumatori devono anche fare attenzione agli strumenti utilizzati per la vaporizzazione. Essi dovrebbero essere sempre verificati e certificati a garanzia di sicurezza. I ricercatori di Auckland hanno infine detto di non aver alcun conflitto d’interesse nel settore, dichiarandosi autonomi e indipendenti rispetto ai produttori e rivenditori sia di sigarette tradizionali che elettroniche. L'articolo Dalla Nuova Zelanda ennesima ricerca a favore dell’ecig sembra essere il primo su Sigmagazine. Visualizza l'articolo completo su Sigmagazine
  11. di Federico Brusadelli (tratto da Sigmagazine bimestrale numero 1 marzo-aprile 2017) Nel 1639, l’imperatore Chongzheng, l’ultimo sovrano della gloriosa dinastia Ming che regnava sulla Cina da quasi tre secoli – e che di lì a pochi anni si sarebbe impiccato sulla Collina del Carbone mentre a Pechino facevano il loro ingresso i “barbari” mancesi – mise al bando la coltivazione del tabacco. Una misura drastica che prevedeva la pena di morte per i trasgressori e che venne rafforzata anche dai nuovi arrivati (i mancesi, appunto, che nel 1644 si erano installati nella Città Proibita con il nome di Qing). Come tanti fra i divieti emanati dal Figlio di Cielo, sarebbe rimasto ben presto lettera morta. E anzi il tabacco, spesso mescolato a piccole dosi d’oppio, avrebbe conosciuto una inarrestabile diffusione nell’Impero, soprattutto fra i militari. Come spiega la storica Carol Benedict nel suo appassionante Golden-Silk Smoke: A History of Tobacco in China, 1550–2010 (University of California Press, 2011), non vi erano ragioni “etiche” o “morali” nelle misure draconiane del Seicento, bensì il tentativo da parte della casa imperiale di controllare un settore economico in rapida espansione, fino a quel momento nelle mani delle grandi famiglie locali. Nulla di paragonabile, spiega Benedict, alle campagne moralizzatrici anti-tabacco, spesso a carattere religioso e talvolta dal retrogusto xenofobo (una “barbara usanza amerindia”…), sperimentate dall’Europa in quegli stessi secoli. Le esigenze moralizzatrici sarebbero divampate, sì, ma più tardi, nel Diciannovesimo secolo. Davanti all’aumento esponenziale del consumo di oppio, i funzionari confuciani più intransigenti avrebbero iniziato a far sentire la propria voce. Ma anche allora, non era solo il “vizio” e il “decadimento dei costumi” a preoccupare i vertici imperiali, quanto pragmatiche ragioni economiche. L’oppio era penetrato nel mercato cinese per mano britannica, un modo semplice per riequilibrare una bilancia commerciale troppo sfavorevole: gli inglesi compravano dalla Cina (tè, seta) senza riuscire a vendere nulla in un mercato autosufficiente come quello dell’Impero di Mezzo. L’oppio sembrò la soluzione migliore. Nel 1840 ne nacque una guerra (la “guerra dell’oppio”, appunto), vinta con facilità dagli inglesi, e generalmente ritenuta l’avvio della storia cinese moderna nonché del secolo di umiliazione che avrebbe visto l’impero Qing accerchiato e impoverito dalle potenze occidentali, e infine travolto all’alba del ventesimo secolo dalla rivoluzione repubblicana. Ma non fu certo l’associazione tra fumo (d’oppio, ma pur sempre fumo) e il collasso dell’Impero a fermare la diffusione del “vizio” in Cina. Anzi. In età repubblicana, ovvero negli anni Venti, la sigaretta diviene elemento estetico imprescindibile della vita urbana delle nuove élite. Anche l’anti-borghese Mao negli anni della guerra civile contro i nazionalisti promette ai suoi uomini, da accanito fumatore, “cibo, riparo e sigarette”. E Deng Xiaoping, l’uomo delle riforme post-maoiste e della cauta apertura ai mercati internazionali, non tradirà però Mao nella fede per il tabacco: le costose “Panda”, inarrivabili per i comuni cittadini – ai 300 milioni di fumatori cinesi spettano le sigarette dei monopoli statali – saranno immancabile accessorio dei suoi impegni politici. La rottura nella tradizione “tabagista” della leadership comunista avviene nel ventunesimo secolo: nel 2003, la firma della World Health Organization Framework Convention on Tobacco Control apre le porte alle prime serie campagne antifumo nella Repubblica popolare cinese. Ed è proprio allora che, non a caso, si apre la storia del vaping in Cina. Quello stesso anno, il farmacista Han Li (meglio noto con il suo nome cantonese, Hon Lik) brevetta la sigaretta elettronica. In poco tempo, la sua invenzione sbarca in tutto il mondo, lui incassa milioni di dollari, e Shenzhen, la città che Deng Xiaoping volle come Zona economica speciale, diventa l’hub mondiale della produzione di e-cig. Il mercato interno stenta, all’inizio. Deve scontrarsi con il colosso statale del tabacco, certo, e anche con un atteggiamento culturale che – come detto – non si presta alla “censura” nei confronti della sigaretta. Un dossier del 2015 (国内电子烟市场分析, Analisi del mercato interno della sigaretta elettronica) identifica – con un molto marxista approccio per “stadi di sviluppo” – tre fasi nella diffusione della e-cig in Cina. Quella iniziale, dal 2004 al 2009, caratterizzata da un andamento lento e incerto, aiutato indirettamente dalla crescente fortuna del vaping all’estero. Una seconda, di rapido sviluppo, dal 2010 al 2013, in cui si attua il boom che porterà alla terza fase (quella attualmente in corso), che prevede prospettive rosee di sviluppo seppure in quadro normativo ancora molto vago. La crescita nel numero di utilizzatori è evidente, e va di pari passo con il progressivo indurimento delle norme antifumo e con la diffusione delle piattaforme di e-commerce: nel 2013, sul solo sito Taobao si contavano 1575 rivenditori, con il 90 per cento della merce prodotta in patria. “In dieci anni, il numero dei fumatori e di coloro esposti al fumo indiretto non ha dato alcun segno di cedimento”, osservava amareggiato Wu Yuqin, portavoce della associazione Think Tank per il controllo del fumo, nel 2013. Ma con l’attuale presidente, Xi Jinping, e con una first lady che è esplicitamente in pista per la lotta al fumo, le misure anti-fumo “sembrano farsi per la prima volta serie, come ha recentemente detto ai media la professoressa Yang Gonghuan, esperta di salute pubblica. E il vaping non può che beneficiarne, come dimostrano i numeri. Le incognite restano due (oltre alle normative avvolte dalla nebbia): fino a che punto i vertici della RPC sono disposti a sacrificare le rendite del monopolio del tabacco in favore di un settore che, per ora, gode di maggiore libertà? E, se come molti osservatori sottolineano, il mondo del vaping può essere per compagnie straniere un canale importante di inserimento nel mercato cinese, fino a che punto ciò sarà favorito (o tollerato) dalla leadership comunista? Per ora, a quattro secoli dagli editti di Chongzheng, le nuove severe misure antifumo in preparazione a Pechino potrebbero aprire una nuova pagina nella lunga storia di amore e odio tra la Cina e il tabacco, e a beneficiarne potrebbe essere la nascente “cultura del vaping”. Di certo, ai carichi britannici d’oppio dei tempi di “umiliazione nazionale” si sostituiscono ora i carichi in partenza da Shenzhen per un mondo globale, che svaperà sempre più made in China. Federico Brusadelli, giornalista e sinologo, insegna Cultura e Istituzioni della Cina presso l’Università degli Studi “G. D’Annunzio” di Chieti-Pescara e Storia dell’Estremo Oriente presso la IULM – Libera Università di Lingue e Comunicazione. L'articolo Sotto il segno del Dragone: alle origini del vaping in Cina sembra essere il primo su Sigmagazine. Visualizza l'articolo completo su Sigmagazine
  12. di Stefano Caliciuri Una nuova azienda di produzione di liquidi per sigarette elettroniche si affaccia all’orizzonte. Si tratta di Green Fog, la nebbia verde, nata da un’idea di Fortunato Francia e realizzata anche in collaborazione con Rino Cucci. Il simbolo è una coccinella, coleottero tradizionalmente porta fortuna che, abbinata al colore verde, aggiunge anche una giusta dose di speranza e di ottimismo per la nuova impresa. Fortunato Francia nell’ultimo anno è stato impegnato all’interno della società Art & Science, della quale però non ne fa più parte. “Lo scorso 31 marzo – spiega – ho ceduto tutte le quote quindi a partire dalla stessa data la mia competenza professionale e immagine non sono più legate all’attività di ricerca, di produzione e commerciale di Art & Science“. Francia sarà invece impegnato a sviluppare nuove aromaticità per Green Fog, che farà il debutto ufficiale in occasione del Vapitaly di Verona. “Grazie ad uno stabilimento produttivo di eccellenza e laboratori di prima qualità, stiamo lavorando alla creazione di nuovi ed originali liquidi. Saranno liquidi completamente nuovi, frutto di accurata ricerca e abbinamenti aromatici del tutto originali“. Anche Rino Cucci, già protagonista del settore con il marchio To Be, è entusiasta del nuovo progetto: “E’ una collaborazione nata anche per dare valore alle qualità professionali di Fortunato Francia. Unendo le forze siamo sicuri che riusciremo a fare qualcosa di alto livello e cercheremo di dare soddisfazione a quanti più consumatori possibili“. L'articolo Nasce Green Fog, nuova azienda di liquidi e aromi sembra essere il primo su Sigmagazine. Visualizza l'articolo completo su Sigmagazine
  13. di Barbara Mennitti Dopo Philip Morris che incanala le sue forze nel “creare un futuro senza fumo”, anche un altro colosso del tabacco scende in campo per illustrare i danni causati dalle sigarette. E se Peter Nixon, capo di Pmi Uk, era entrato nel dibattito britannico, scrivendo al Ministro della salute Philip Hammond chiedendo addirittura di aumentare – ma non troppo – le tasse sulle sigarette, British American Tobacco interviene pubblicamente nella discussione in Australia, dove recentemente le autorità sanitarie hanno ribadito il divieto di vendita di eliquids contenenti nicotina. Intervenendo nella nota trasmissione 60 minutes, il leader del team scientifico di Bat David O’Leary ha dichiarato che: “Circa la metà dei fumatori, soprattutto quelli che fumano per tutta la vita, morirà prematuramente”. Quanto prematuramente? “Forse 10 anni – ha specificato O’Leary – a causa di diverse malattie, come il cancro ai polmoni, malattie cardiache o respiratorie”. Non è che quanto detto dallo scienziato sia una novità, ma sentirlo dalla voce di chi lavora per una multinazionale del tabacco fa sicuramente un certo effetto. Nel resto dell’intervista, poi, O’Leary illustra i vantaggi del vaping rispetto al fumo, insistendo sul fatto che il primo sia del 95 per cento meno dannoso del secondo e sottolineando i grandi investimenti di Bat in questo settore. Insomma, tutto sembra indicare che i colossi del tabacco sono pronti al grande salto. Pronti ad abbandonare, almeno nel mondo occidentale, la sigaretta tradizionale per puntare seriamente su un prodotto più etico, socialmente accettabile e meno dannoso, sia esso la sigaretta elettronica o il riscaldatore di tabacco. Se questi ingombranti compagni di strada siano un alleato o un pericolo per il settore del vaping, è una questione molto aperta. La giornalista Tara Brown, durante l’intervista ad O’Leary, si è lasciata sfuggire: “Si rende conto che il vostro passato rende difficile fidarsi di quello che dite oggi?”. E questo è un po’ il punto. Molti, anche ad alti livelli delle istituzioni sanitarie, temono che la sigaretta elettronica non sia altro che l’ennesimo trasformismo dell’industria del tabacco, capace di cambiare pelle a seconda delle esigenze. D’altra parte, se queste aziende si convertissero interamente ad un prodotto meno dannoso, i vantaggi in termini di salute pubblica sarebbero innegabili. Vi sono poi fondati timori che aziende con risorse tanto massicce finirebbero per fagocitare i produttori indipendenti, appiattendo di fatto il mercato e l’offerta. Insomma, il dibattito è tutt’altro che chiuso. L'articolo British American Tobacco: “Metà dei fumatori morirà prematuramente” sembra essere il primo su Sigmagazine. Visualizza l'articolo completo su Sigmagazine
  14. di Stefano Caliciuri Multinazionale del farmaco annuncia pesanti investimenti nel settore delle sigarette elettroniche. Si tratta della tedesca Stada, colosso da 11mila dipendenti e un fatturato di 2,17 miliardi di euro. In queste setimane è al centro di una grande trasformazione industriale: ha ricevuto un’offerta dal fondo d’investimenti Bain Capital e Cinven di 5,3 miliardi di euro per acquisirne il controllo. Il gruppo tedesco, secondo quanto riportato dalle agenzie di stampa, ha già comunicato di essere orientato ad accettare la proposta che equivale a 66 euro per azione (quotazioni Borsa di Francoforte). Fondata a Dresda nel 1895, Stada in Germania è considerata tra i maggiori colossi del farmaco. Con sedi anche in Russia e nell’Europa dell’Est, il management ha annunciato un piano d’investimenti che prevede l’espansione in due settori sino ad ora scoperti: i farmaci senza prescrizione e le sigarette elettroniche. L’attenzione di Big Pharma per il settore del vaping non è da sottovalutare: così come già oggi accade per le multinazionali del tabacco, le case farmaceutiche non si muovono se non intravedono la possibilità di pesante business. E la sigaretta elettronica, forte della considerazione dei consumatori che nonostante tutto e tutti ne hanno decretato il successo, potrebbe essere vista da Big Pharma come una nuova prateria da colonizzare. L'articolo Big Pharma tedesca interessata al business della sigaretta elettronica sembra essere il primo su Sigmagazine. Visualizza l'articolo completo su Sigmagazine
  15. (tratto da Sigmagazine bimestrale numero 1 marzo-aprile 2017) di Stefano Caliciuri Non sostiene la causa del vaping per partito preso e neppure per dovere di partito. Lo fa perché è profondamente convinta che la sigaretta elettronica sia un importante strumento di riduzione del danno. Lo scorso Natale l’ha regalata alle sue collaboratrici, spinta dalla ricerca inglese secondo cui l’ecig riduce i danni del tabacco di almeno il 95 per cento. Adriana Galgano è parlamentare italiana, deputata del gruppo Civici e Innovatori. La incontriamo nell’ufficio romano di vicolo Valdina, un ex convento ora adibito a sede di lavoro e di rappresentanza di alcuni gruppi parlamentari. Galgano fu tra i pochi rappresentanti delle istituzioni ad ascoltare le richieste degli operatori di settore in occasione della manifestazione del 2013 in piazza Montecitorio. Da allora si impegna nella salvaguardia e nella tutela del settore, mettendo a disposizione tutti gli strumenti alla sua portata: interrogazioni, interpellanze, mozioni e ordini del giorno. È riuscita anche a far calendarizzare un question time al ministro della Salute Lorenzin in diretta televisiva. Ma come nasce il suo interesse per il vaping? Sin da subito mi sono accorta che si stava introducendo una normativa punitiva nei confronti di un settore che invece tende a migliorare la salute e la qualità della vita dei cittadini. Non potevo consentire che il governo iper tassasse il settore. Le provai tutte per far capire che si trattava di una normativa dannosa, ma purtroppo non riuscii ad essere abbastanza convincente. Ho semplicemente portato avanti quanto il mio gruppo Civici e Innovatori sostiene sin dal nome: penso che la buona innovazione produca vantaggi e che debba essere sviluppata anziché bastonata fiscalmente. Da liberale aggiungo che un’elevata tassazione finisce soltanto per danneggiare il consumatore. Una cosa del genere sarebbe impensabile in qualsiasi altro Paese del mondo che avesse a cuore l’innovazione e la proiezione nel futuro. Sta dicendo che le aziende del vaping potrebbero accedere a contributi e finanziamenti in virtù dell’innovazione aziendale? Se sono aziende innovative sì, senza dubbio. Se hanno un laboratorio di Ricerca e sviluppo anche. Così come se sviluppano tecnologia relativa all’apparecchio elettronico, il software. Se si riuscisse a sviluppare un settore legato alla ricerca e all’applicazione dei risultati sia sul liquido che sulla progettazione, si potrebbe creare un polo di sviluppo settoriale con enormi potenzialità. Uno dei problemi del Paese è che è estremamente lento nella creazione di aziende in settori innovativi. Abbiamo bisogno di più velocità per creare occupazione e per compensare la perdita di innovazione nei settori tradizionali. Si chiama burocrazia… In alcuni casi si chiama burocrazia, altre volte si tratta di ostacoli posti intenzionalmente. E nel settore del fumo elettronico chi mette questi ostacoli? Perché è così difficile convincere il legislatore? Per tanti fattori. In primo luogo, da quello che ho visto, il Ministero della Salute ha un’impronta molto conservatrice e conservativa condivisa da una parte di parlamentari che considerano il cittadino qualcuno da proteggere da mille pericoli. E questo è un aspetto culturale difficile da superare. La classica figura dell’Italia-mamma. Esatto. Dell’Italia-mamma che deve proteggere tutto e tutti ad ogni costo. Da questo consegue una lentezza esasperante e uno scarso contatto del mondo politico con quello della ricerca. In ultimo, non dimentichiamo la costante ricerca di risorse economiche per far quadrare i conti statali. Si vanno a pescare ovunque sia possibile e in diversi casi non valutando le conseguenze. In Parlamento, lo dico con rammarico e tristezza, manca la cultura di valutare le conseguenze delle proprie scelte. Si ragiona sull’immediato, senza pensare al domani. Faccio un esempio: abbiamo imposto una tassazione a scopo sociale di un centesimo di euro sulle acque minerali. Posto che noi siamo contrari all’imposizione di qualsiasi nuova tassa, mi ha colpito che durante il dibattito in aula moltissimi considerassero un centesimo come un’inezia, senza calcolare qual è l’utile reale di un produttore su una bottiglia, che magari è proprio quel centesimo. Non bisogna valutarlo in valore assoluto ma in relazione ad un conto comparato tra profitti e perdite. Molto spesso emerge questa incapacità del legislatore di valutare un intervento in base ai conti economici dell’azienda. Un altro esempio chiaro è la tassa sui natanti che ha desertificato i porti italiani. O, per tornare al tema, quella sui liquidi da inalazione che ha favorito gli acquisti all’estero e l’online a discapito delle nostre attività produttive. Alla miopia politica spesso si aggiunge l’ostracismo dei gruppi di pressione del tabacco. Certamente, ma c’è anche da dire che lo Stato introita 11 miliardi di euro dal monopolio dei tabacchi, la metà di una manovra finanziaria. Ogni volta che si apre un pacchetto di sigarette, è un incasso garantito per lo Stato. Anche da questo, secondo me, dipendono le decisioni sbagliate sulle sigarette elettroniche. Gli operatori di settore sottolineano che il vapore non è fumo. La sigaretta elettronica e quella tradizionale hanno in comune soltanto parte del nome e, eventualmente, una dose di nicotina. Come si può dire che un liquido a zero nicotina al sapore di torta al limone è tabacco? Infatti la Corte costituzionale ha già sentenziato che non ci sono motivi per tassare una sigaretta elettronica che consente di aspirare qualcosa che non contiene né scorie tossiche da combustione né sostanze psicoattive come la nicotina. In Parlamento ho sostenuto che gli studi internazionali sono condotti seguendo protocolli internazionali e quindi hanno valenza universale. Bisognerebbe cominciare ad accettare quelli che ci sono, come quello inglese del Royal College of Physicians. In molti sostengono che è passato ancora troppo poco tempo per avere studi affidabili. Capirei il senso di questa frase se nel frattempo si procedesse a farne altri. Ma visto che non è così, questa risposta è risibile soprattutto sui liquidi che non contengono nicotina. I produttori di liquidi per sigarette elettroniche sostengono che una tassazione equa debba colpire la concentrazione di nicotina, mentre le multinazionali del tabacco chiedono che sia tassato il flacone di ricarica a prescindere dalla nicotina. Qual è la sua visione? Condivido l’impostazione della tassa proporzionale. Se la dannosità è legata alla quantità di nicotina, è chiaro anche che dobbiamo spingere il consumo verso i liquidi senza nicotina. Un flacone con meno nicotina è da incentivare e quindi è più intelligente mettere una tassa inferiore. Non ha veramente senso tassare i liquidi allo stesso modo. Ha lo spazio per tre tweet. Il primo rivolto ai consumatori. Scopri il piacere dell’innovazione e avvantaggia la tua salute, svapa elettronico. Il secondo ai negozianti. Svolgono un importante ruolo sociale nel momento in cui diffondono la cultura della sigaretta elettronica, soprattutto senza nicotina. Il terzo ai colleghi in Parlamento. Il fumo elettronico è uno degli ambiti in cui si misura il rapporto del Paese con l’innovazione. Per questo chiediamo l’alleanza con tutti coloro che si occupano di innovazione per portarla dentro il Parlamento e sostenerla. L'articolo Adriana Galgano: “Non solo salute, anche innovazione” sembra essere il primo su Sigmagazine. Visualizza l'articolo completo su Sigmagazine